Il flusso di coscienza di Antonella, una cultrice bianconera

di Juventibus |

Non ho mai avuto intenzione di scrivere un articolo vero e proprio sul mio amore per la Juventus, sulla mia intensa e indefessa fede calcistica, sulle emozioni che solo Lei mi fa provare, soprattutto perché credo che non sia in grado di esprimere tutto questo col linguaggio, sebbene adori usare le parole ed esprimere concetti tendenzialmente prolissi.

D’altronde i miei pensieri li ho sempre espressi semplicemente sulla mia bacheca, e miei amici sono ben consapevoli di questo appuntamento fisso, fino a ritenermi talvolta monotematica e noiosa (e vabè!). E se mai, prima d’ora, questo pensiero mi era passato per la testa, non è per un qualche timore di non esserne in grado (ne sono in grado, lo penso fermamente) o per la paura di palesare qualche stronzata, ma più semplicemente non ne ho mai avuto l’esigenza.

Fino ad oggi.

Fino a quando Juventibus non me lo propone, quasi a mo’ di provocazione.

E allora eccomi.

Sono Antonella, e sono una cultrice della Juventus. Amo questa vecchia Signora, e se solo fossi nata il primo novembre del 1897, la starei amando praticamente da sempre. Credo che questo mio sarà un flusso di coscienza a tinte bianche e nere, ma forse va bene anche questo. Detesto, per esempio, tanto per cominciare, i sostenitori del pregiudizio (perché questo è) per cui donne e calcio non possano essere un connubio perfetto o quantomeno lecito, per cui se una donna si intende di calcio rappresenta l’eccezione a fronte della regola, per cui se capisco al volo quando un gol è in fuorigioco l’anormale sarei io. Sia chiaro: convengo col fatto che le donne della “mia specie” siano percentualisticamente la minoranza; e a dire il vero, meglio mi sento, perché detesto altresì e al contempo le donne che poco capiscono di calcio, che tifano una squadra non si sa perché, che riducono il tutto ad un “Principino quanto sei figo”. E no. E no. Si corrobora il pregiudizio così, ledendo ovviamente quelle come la sottoscritta. Ma al di là di questo, se e quando una persona ti conosce, il pregiudizio viene distrutto. E allora la gente viene stupita. E stupitevi, gente, stupitevi, perché io non solo capisco di calcio, non solo capisco gli schemi e i tatticismi, non solo vi saprei commentare tecnicamente una partita, ma sono anche una folle fedele bianconera.

Non gradisco troppo definirmi tifosa; lo sono, ma preferisco la definizione di fedele, perché di questo si tratta. Quella per la Juve, per me, è una fede. Una fede che mi porta ad amarla indiscutibilmente sempre, dacché ero una piccina ingenua sino a quando, oggi, da autodidatta quale sono stata, sono dotata di una certa coscienza e cognizione di causa.

Da quel 5 maggio a quella rovesciata di Del Piero con annessa rete di Trezeguet a quel pareggio in quel di Rimini. Dalla nuova casa dall’acciaio scadente a quel gol di Borriello e Giaccherini e quella punizione del Capitano contro la Lazio, a quel pomeriggio gelato, innevato, agghiacciante e agghiacciato.

Da quel pomeriggio di panico e stupore e lutto post inizio ritiro a quel rapido passaggio da un “no, lui no, Dio ti prego” ad un “benvenuto, mister Allegri, da oggi uno di noi”. Da quelle lacrime dopo il pareggio al Bernabeu a quella orgogliosa tristezza di quel 6 giugno.

Da quei tre addii di non poco conto all’acquisto della Joya (che io adoravo già in casacca rosanera e “Marotta grazie per averlo preso!”), e di Danielino, e di Marione (per il quale non son riusciuta a gioire immediatamente causa tristezza infinita per il saluto a Nando) e di tutti gli altri, da Lemina ad Hernanes a Goetze… Ah no, lui no!

Da questo inizio inaspettato e clamoroso a quel gol preso su calcio d’angolo contro il Frosinone, dalla sconfitta col Sassuolo a quel derby contro il Toro vinto alla fine, di nuovo, con Juan.

E da lì una, e due, e tre, e quattro, e cinque… quindici vittorie consecutive solo in campionato, e la risalita, e gli scavalcamenti, e la sconfitta col Siviglia, e il secondo posto, e il Bayern, e quel gol di Simone nello scontro diretto, e la ripresa della vetta, e il primo posto, casa, finalmente, e l’1-2 di Dybala, e il 2-2 di Stefanino.

Amo la Juventus sempre.

In ogni momento, in ogni singolo istante, anche quando piuttosto che farmi godere una partita mangiando pop corn e senza ansie di alcuna sorta mi fa ritrovare a sperare che Neto pari dei rigori ai nemici di sempre. La amerò anche quando magari saremo costretti ad abbandonare l’Europa perché lì a Monaco vinceranno gli altri. Forse. Perché io ci credo, e guai a non crederci.

Penso di aver scritto tanto, eppure troppe altre cose potrei dire, troppe altre cose avrei da dire.

Ma mi fermo qui.

Forse, magari, sarà per una prossima volta.

 

di Antonella Lillo