CRONACHE DALLO STADIUM / Redivivi!

di Luca Momblano |

Bentornata Champions League. A Torino non sembra nemmeno una serata tanto invernale, per un’ora sarà semplicemente una serata infernale. L’aria rarefatta è quella delle grandi occasioni, quelle che capitano poche volte nella vita e tu devi essere pronto a saperle afferrare e tener salde, perché anche dopo averle prese è probabile che scappino. Scappa Mandzukic, dopo pochi secondi, ma ha troppa fretta di calciare e la prima occasione, non una semplice occasione da gol, ma quella più “profonda”, ovvero cambiare la partita, sfuma. Da lì in poi è un assolo rosso, un riff assordante che alterna momenti di rock pesante (le incursioni di Robben e Douglas Costa) ad istanti di musica classica (il fraseggio a centrocampo tra Lahm e Tiago Alcantara). Scappa la Juve, che un po’ per scelta e un po’ per timore opta per l’attesa, rischiando però di finire come in “aspettando Godot”. Godot non si manifesta, il gol del Bayern sì: nel momento peggiore, ma poco importa, perché la sensazione costante durante i primi 45′ è stata che il gol tedesco, mica Godot, potesse arrivare in qualsiasi momento. Ogni intervallo è una parentesi, allora la parentesi sull’arbitraggio la colloco in questo intervallo, perché appunto di parentesi si tratta: 9 volte su 10, se qualcosa deve andar storto alla Juventus in Champions League, va così. Ed è vero che alla fine decidono gli episodi, ma dopo un primo tempo così non è il caso di guardare il dito che indica, con una luna rossa così bella e grande che domina in cielo. Il 2-0 di Robben è il gancio con cui Ivan Drago uccide Apollo Creed e sullo Stadium si alza un vento freddo, il clima è surreale. Anzi, reale, perché niente è più crudo della realtà dopo esserti svegliato da un sogno. Le occasioni, sì, anche questa sembra sfuggire. Il pensiero, che forse più triste non si può, è che la Champions da vincere era un’altra, ovvero quella che si assegnava in una capitale un tempo divisa da un muro. Anche i muri però crollano: spesso il motivo è perché si capisce contro cosa si sta lottando. Il muro abbattuto dalla Juve non è tanto il Bayern, ma quello delle proprie paure. Il pugno non se l’era preso Apollo, ma Rocky, che reagisce. O risorge, se vogliamo restare sul misticismo, come la fenice che rivive dalle sue stesse ceneri. Metafora che avevo già usato per la Juve, ma che non stanca mai. Troppe emozioni da provare per una persona in soli 90′. Sembrano così tante perché opposte tra loro. Si narra che qualcuno, al pari di Sturaro, abbia visto com’è fatto l’aldilà. Deve volergli bene quella traversa, la stessa del tocco su James. Uscito dallo Stadium, mani fredde e fronte calda, mi viene in mente una frase presente in una vecchia videocassetta che celebrava il centenario, ormai quasi 20 anni fa: “La Juventus insegna a tutti che non bisogna mai mollare”. Lo dice la storia. E il finale di questa storia? Ancora da scrivere. Al 55′ sembrava un libro già pronto e da mandare in stampa, con tanto di “olé” bavaresi in copertina: invece il secondo capitolo è necessario. Come le seconde occasioni: non capitano spesso, ma quando capitano…

Ore 02:10. Mi sveglio d’improvviso, mi ero addormentato sui libri. Ho un esame: e se tutto questo l’avessi solo sognato? Poi provo a parlare, la voce è roca ed è anche poca: no, era tutto vero. E l’esame è pure orale.