Cronache da Barcellona: è durata davvero 93 minuti

di Juventibus |

messi

Barcellona-Juventus. 19 aprile, 20:45. Sono appena uscite le date del quarto di finale di Champions League e realizzo che il mio desiderio si è avverato. Follia, quella di desiderare proprio il Barça? No, è che semplicemente mi sento come un attore che legge un copione già scritto, che ad un certo punto lo designa come protagonista. Il 19 aprile è il mio compleanno e di solito non si fa amare troppo, quindi sono in credito con questa giornata. Ed è arrivato il momento di riscuotere. A Barcellona devo esserci, voglio festeggiare lì. Stavolta il 19 aprile non mi tradirà. La Settimana Santa comincia martedì 11, per restare in tema questa è una stazione della Via Crucis fondamentale affinché poi quel viaggio a Barcellona trovi un senso.

E beh, anche qui c’è un Messi(a) che cade. A Torino, dopo l’estasi, l’unico pensiero è rivolto al calcolo delle ore che mancano al mercoledì successivo. Si partirà con un 3-0 da difendere, in qualsiasi altra circostanza e con qualsiasi altro avversario sarei stato tranquillo. Con loro no, il Camp Nou sa trasformarsi nella stanza dello Spirito e del Tempo di Dragon Ball, loro hanno da poco fatto la remuntada del secolo, quella partita durerà un secolo. La Pasqua, o almeno quella segnata in rosso sul calendario, passa in fretta, addolcita da una doppietta di Higuain in una partita che invece avremmo tutti posticipato volentieri. Ma non ditelo ad Allegri. Così si avvicina il momento della partenza. Sarà in pullman, roba che l’Odissea al confronto è un fumetto per bambini.

Milano-Barcellona andata e ritorno in meno di 48 ore. Martedì sera, c’è chi guarda Real Madrid – Bayern Monaco sul tablet, chi già dorme (beati loro), chi insulta l’autista (un classico), chi bestemmia, chi beve birra. Tra una sosta e l’altra negli autogrill più sperduti d’Europa, l’indomani mattina arriviamo: direttamente al Camp Nou. Il cuore dice di montare le tende lì già dalle 10, il senno suggerisce un giro turistico per le vie di una Barcellona insolitamente fredda e grigia, neanche fosse Reykjavik. E allora Rambla sia, e qui la vera impresa è stabilire se siano di più i tifosi della Juve o i tizi che ti avvicinano chiedendoti se sei interessato a fumare erba. Una bandiera bianconera campeggia fuori da una finestra, il cuore si scalda un po’: sarà una lunga giornata. E’ il mare della Barceloneta a calmare parzialmente, distratto come si addice a una giornata più autunnale che primaverile. Sono dei colori comunque bellissimi, quelli di Barcellona.

C’è il tempo per un pranzo che serve a ricaricare le batterie: no, non è una metafora, è che gli Iphone non hanno un’autonomia duratura, si sa. E i ristoranti oltre che cibo, forniscono corrente elettrica. L’ultimo giro è alla Sagrada Familia, così anche l’ultima tappa necessaria per far finta di essere dei turisti qualunque è portata a termine. Ora basta, andiamo al Camp Nou, andiamo a respirare. L’area dello stadio è praticamente una città dentro la città, è tutto lì. E prima di presentarci davanti al settore ospiti, la circumnavighiamo due volte: perché era stata chiusa una via d’accesso al gate e perché comunque, diciamo la verità, si era discretamente in anticipo. Intanto decide di farsi vedere anche il sole. Dopo 6/7 filtraggi siamo dentro. Sì, il sole è decisamente uscito fuori e al settimo piano del Camp Nou manca solo l’ombrellone: la fredda mattina sembra un lontano ricordo, ci si abbronza. E scrutando, lì in fondo all’orizzonte, si vede il mare anche da qui.

Comincia a riempirsi questo monumento, ma non sembra mai essere pieno del tutto. Lo sarà solo qualche minuto prima dell’inizio. Ma noi siamo così in alto che sembra di trovarsi in una succursale: intanto arriva la Juve, comincia il riscaldamento. Ci sentono. Applaudono. Ci sentiamo. Il Barça si riscalda pochissimo. Sarà, problemi loro. Comincio intanto a prendere le misure con i due tabelloni che segneranno il tempo di gioco. In uno scorrono anche i secondi, nell’altro, quello di fronte, soltanto i minuti. E’ arrivato il momento. L’inno della Champions League viene subissato di fischi, perché, scopro dopo, la Uefa non è mai andata troppo d’accordo con il concetto di #catalunyaisnotspain. E io che pensavo che il problema fosse l’arbitraggio di ieri al Bernabeu… Così, mentre filmo, il pensiero va a Kuipers. C’è anche lui. (Spoiler: magari fossero stati tutti così gli arbitri della Juve in Europa.)

Comincia la partita. E lo sapete che c’è? Che dura esattamente 93 minuti. Non uno in più. Perché la Juve è la Juve, risponde colpo su colpo. D’accordo, in alcune fasi concede qualcosa in più, Messi un paio di volte ci grazia. Ma no, non siamo un castello di sabbia. Siamo un muro di cemento armato. E lo percepiscono anche loro: che protestano in campo, si lamentano istericamente a ogni contatto fisico, sugli spalti. 45’: metà dell’opera. E se vogliamo il secondo tempo ricalca il primo: ma chi sta leggendo ha già visto e letto tutto, quindi arriverò al finale di questa storia. E’ al triplice fischio che tutti gli auguri di buon compleanno ricevuti in questa giornata “esplodono” e assumono un senso; è al fischio finale che realizzo che no, oggi il 19 aprile non mi ha tradito; è al fischio finale che penso che sognare è bellissimo, avere paura può essere paralizzante, ma che non c’è niente di meglio che vivere. La realtà. La realtà di quello che questa squadra sta costruendo. Un passo alla volta. Stanchezza fisica, sudore e qualche lacrima: non è (ancora) il momento di piangere, si fa presto a ricacciarla su. Il Camp Nou vuoto con Pavel Nedved che viene a salutarci è il momento che più somiglia alla sigaretta e all’abbraccio dopo aver fatto l’amore.

Si torna sulla terra, perché sì, eravamo talmente alti che sembrava di stare in cielo. E forse per un po’ lo siamo stati. Un’insegna luminosa sopra un cartello stradale recita: 19 abril 2017. Sono con un amico, forse l’unico folle che poteva accompagnarmi in questo viaggio, è ora di tornare a casa. Altre dodici ore di viaggio, stavolta sul tablet si guardano gli highlights, si beve per la felicità, si dorme per la stanchezza, esausti. Non porto via alcun souvenir da Barcellona, perché se fosse andata male li avrei buttati: bastano solo i biglietti della metropolitana e quello della partita, custodito come un figlio per tutto il tempo. Com’è bello però scorrere la giornata, ricordarla con paio di cuffie sulle orecchie e rendersi conto che era proprio così che l’avevi immaginata. Realtà – Suggestione 1-o. Si chiudono gli occhi, un anno in più sulle spalle: fossero tutti così, i compleanni.

di Marco Bonomo  @MarcoBonomo19

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