La necessità di essere solidi, brutti e vincenti

di Mauro Bortone |

“Piangi Roma, ti fa bene” recita un verso di una canzone dei Baustelle ed è l’involontaria sintesi emotiva nei confronti del popolo giallorosso, uscito stordito dal 2 a 0 di Torino. In tanti si stanno affannando in queste ore a spiegare la vittoria della Juventus, maturata nonostante la prova non straordinaria dei bianconeri e l’atteggiamento propositivo della squadra di Fonseca, quasi come se lo spartito sia un’anomalia incomprensibile.

Si è parlato di una Juve allegriana quasi a voler semplificare la prestazione vista ieri in una specie di “catenaccio” mascherato e anche diversi tifosi bianconeri stanno cadendo nel tranello dei sostenitori del “belgiochismo”, categoria dello spirito uscita ancora una volta usurata dal rettangolo di gioco. La verità è che, come spesso accade, non c’è equilibrio nei giudizi. La Juve di Pirlo un giorno è bella ma manca di compattezza e solidità, un’altra volta è brutta e catenacciara.

Una premessa: pretendere o anche solo pensare che, visto il calendario complicato e disegnato con partite di cartello praticamente ogni tre giorni, che la squadra riesca ad esprimere sempre un calcio spettacolare, un pressing acceso e un’intensità senza pause è utopistico oltre che irrazionale. Per questo, la capacità di saper leggere le partite e i momenti della stagione può risultare decisivo per gli obiettivi. Perché la stagione non finisce il 6 febbraio, ma a maggio.

E dosare le forze passa anche dalla possibilità di saper soffrire e di portare a casa i risultati persino quando la lucidità sembra far difetto: la Juventus quest’anno ha dimostrato a lungo di vincere solo partite giocate bene, ma non aveva finora trovato quella componente di sano cinismo agonistico che permette di avere la meglio quando non riesci (per vari motivi) al meglio delle possibilità.

Contro la Roma (e in parte contro l’Inter) è avvenuto questo, anche se la narrazione da “apnea” che tanti cronisti stanno facendo appare esagerata almeno quanto quella di sostiene che sia stata una gara perfetta: la Roma ha avuto il predominio del possesso, ma la sensazione è che la Juve abbia scelto di non concedere troppo campo ai giallorossi e di abbassarsi, in virtù di quanto avvenuto nella sfida d’andata dove le ripartenze avevano bucato la difesa in più occasioni.

Nel concreto, però, la Roma ha creato poche situazioni offensive davvero nitide, al di là della statistica sui tiri effettuati. Il primo dato positivo, dunque, è la solidità di un reparto, quello difensivo, che sa reggere l’urto di un attacco forte come quello della Roma; il secondo aspetto da considerare è che un mese fa, partite vissute in questo modo, potevano cambiare da un momento all’altro in favore degli avversari, mentre contro i giallorossi non si ha mai avuta l’idea di poter essere ribaltati.

Merito di Chiellini, che sta ridando sicurezza a una retroguardia che non subisce gol da tre punti, e di un ordine tattico, che anche quando gli interpreti (vedi McKennie e Morata) sembrano in debito di ossigeno, riesce a fare di necessità virtù, a stringere i denti e a fare risultato. Pirlo sta capendo che ci sono molti modi e non solo uno per vincere e sta iniziando a leggere meglio alcune situazioni.

Senza dimenticare che solidità e sofferenza fanno parte del dna della Juventus: per mesi tanti tifosi hanno lamentato la perdita di quelle caratteristiche e ora è giusto rivendicarle con orgoglio, anzi, è un obbligo morale, senza farsi prendere dall’ossessione dell’adanismo e del “bel gioco ad ogni costo” come accaduto, l’anno scorso, con risultati poco incoraggianti.