Criticare gli arbitri per migliorare gli arbitri

di Giulio Gori |

busacca arbitri

Criticare l’arbitro? Non è solo legittimo, è doveroso. In campo, visto che le regole molto elastiche del pallone lo vietano solo formalmente, fare pressione sul direttore di gara è parte essenziale del gesto calcistico. Saperlo pungolare, a volte può essere utile come saper tirare un calcio di punizione.  Ma c’è un’antica regola di galanteria calcistica, che nessuno ha mai scritto, ma che chiunque abbia giocato a pallone con un minimo di coscienza conosce, che si chiama regola della doccia: dopo la doccia, di arbitro non si parla più, le contestazioni non sono più ammesse neanche se ha combinato disastri e hai i nervi a fior di pelle. La doccia serve a sbollire le tensioni e, se hai perso, devi guardare ai tuoi limiti senza cercare alibi nelle colpe altrui. Va da sé che questa regola, per quanto nota a moltissimi, non sia rispettata da quasi nessuno.

L’arbitraggio è però un tema su cui il calcio dovrebbe riflettere. Analizzarne i limiti, per migliorare il pallone, per rendere più corrette le scelte, più comprensibili, meno contestate, sarebbe auspicabile per tutti. Per chi grida al complotto e per chi al contrario non ne può più di chi non sa parlare d’altro. E – questo valga come disclaimer – l’estate, lontana dalle partite che ci riguardano e ci accalorano, è forse l’unico momento in cui si possa affrontare l’argomento senza essere accusati con i «ecco, visto anche loro…» o con i «alla fine sono uguali agli altri…». E invece qui non si parlerà di presunti torti subìti, di complotti, di sudditanze, né di arbitri cornuti.

L’autoreferenzialità

Il primo problema degli arbitri, il più grave, è che chi li contesta di solito non conosce le regole del pallone. Quasi mai i tifosi, spesso persino i giornalisti sportivi e i calciatori in campo. Se le ultime due categorie avrebbero il dovere di conoscere alla lettera ogni virgola delle norme – sono pagati anche per questo – per i tifosi il discorso non vale. Non si può pretendere che chi guarda il pallone per svago si sobbarchi la lettura serale delle ultime variazioni interpretative, le virgole e i punti e virgola. Eppure basterebbe poco per scendere dalla torre d’avorio: una slide – facile da condividere sui social – come vademecum sull’applicazione del Var sarebbe stata sufficiente per non far inviperire un ultras e spiegargli come mai un arbitro non deve andare a vedere in prima persona lo schermo su un fuorigioco sì, fuorigioco no. Da anni, i tifosi scattano in piedi e reclamano il rosso per un fallo da ultimo uomo, ma nessuno che perda cinque minuti per scrivere due righe facili facili e dirgli che il concetto di ultimo uomo tout court non esiste più. O per insegnargli com’è cambiata la gestione dei cartellini rossi in area di rigore. Del resto, c’è anche un colossale problema di lessico: come si fa, nel 2018, a continuare a dire che sono sanzionati i falli di mano «intenzionali», quando è palese che il regolamento punisce anche i tocchi colposi e non solo quelli dolosi? In definitiva, sembra quasi che se in tanti danno di becco all’arbitro sia perché all’arbitro piaccia sentirselo dire.

Le carenze tecniche

Chiunque abbia giocato a pallone a qualsiasi livello ma con un minimo di intensità e di grinta, insomma con almeno tre o quattro contrasti a partita (dalle mie parti si direbbe che le “belle fiche” sono esentate da questo ragionamento), sa bene che ad ogni contatto fisico con l’avversario si è passibili di un fischio sbagliato. Gli arbitri corrono quasi sempre come matti, hanno una pazienza che una persona comune non ha, ma hanno un problema: spesso non hanno mai giocato a pallone. E non è un problema da poco, visto che, se ci sono meeting tecnici in cui gli arbitri spiegano le nuove linee interpretative agli allenatori davanti a uno schermo, al contrario non esistono allenamenti sul campo che prevedano che gli arbitri vengano formati da un Claudio Gentile, da un Ciro Ferrara o da un Filippo Inzaghi. C’è chi, su queste inadeguatezza, ci ha costruito una carriera: molti difensori e attaccanti hanno fatto del mestiere – ovvero della capacità di giocare sul sottile limite del regolamento – la propria arma vincente. Penso a un Inzaghi, straordinariamente raffinato col piede perno e con quel movimento rotatorio che nascondeva i ponti con cui mandava a vuoto difensori ben più alti di lui. Penso a tutti quei difensori che, prima dell’avvento di giudici di linea e Var, sui corner trattenevano le maglie degli attaccanti, per poi mollarle un attimo prima che il pallone arrivasse in zona, e con esso anche gli occhi del direttore di gara. E penso alla straordinaria arte di trattenere, impalare, sollevare l’avversario in area di rigore, purché resti in piedi, perché tanto se in area non cade, il rigore non lo fischiano mai. E fin qui, tutto bene. Ma ci sono cose che vanno oltre. Penso a un Matthias Sammer, uno difensore davvero mediocre che ha vinto gli Europei, la Coppa dei Campioni e persino un Pallone d’Oro, perché gli arbitri sistematicamente non si accorgevano che dalla cintola in su prendeva delle licenze da judoka.

Oggi, ci sarebbe bisogno di qualche aggiornamento professionale su un giochino che è diventato svenevole, l’abitudine di molti attaccanti a trascinare la gamba d’appoggio verso la gamba del difensore e farsi fischiare fallo. Che un attaccante il fallo lo cerchi, lo faciliti, è normale, è giusto, lo sarà sempre. Ma ormai si esagera e il pesce abbocca sempre all’amo. Neymar è un maestro in questa disciplina, è strabiliante nell’allargare la gambuccia e far finta di essere stato vittima di tentato omicidio.

La gestione del campo

Molti arbitri di livello sono invece davvero bravi a gestire le squadre in campo e le rispettive panchine. Non è un lavoro semplice, non è per tutti: una persona normale, persino una persona di solito dotata di aplomb, se catapultata su un terreno di gioco in mezzo a una selva di mostri urlanti è probabile che ne uscirebbe con sette espulsi e una denuncia per duplice omicidio. Da questo punto di vista, gli arbitri vanno ammirati. Ma ci sono troppe differenza tra gli uni e gli altri, che andrebbero livellate verso l’alto. Nella gestualità. Prendiamo due esempi opposti: Fiorentina-Juventus di Coppa Uefa nel 2014, Howard Webb estrae il rosso per Gonzalo Rodriguez. Il giocatore viola abbozza una protesta, l’arbitro resta calmo, non si muove di un passo, sorride quasi a consolare il giocatore. E in un campo in cui di norma si protesta anche per un fallo laterale, incredibilmente la questione finisce lì, persino la curva Fiesole non s’infiamma. Guardiamo invece il caos del Bernabeu di pochi mesi fa: Michael Oliver fischia un rigore su una situazione non chiarissima  – ma sia invece chiaro al popolo degli «ecco!», per chi scrive la decisione dell’arbitro è più che legittima – e i giocatori della Juventus lo circondano protestando vivamente. Oliver sa di aver fischiato un rigore che probabilmente c’è (altrimenti non l’avrebbe fatto), ma anche che siamo a tempo scaduto e che l’esito della trasformazione è decisivo, senza appello. Un arbitro in una situazione del genere sa esattamente che cosa comporta la sua scelta. Ma lui, col capitano di fronte a sé, ovvero di fronte all’unica persona che sia addirittura titolata dal regolamento a protestare, si volta e se ne va. Muoversi è come scappare di fronte a dei cani randagi che ti ringhiano: è il miglior modo per far scaldare gli animi e farsi rincorrere. Così, succede la frittata vera: Buffon cammina dietro a Oliver tenendo il pallone in mano, il portiere si fa largo tra i compagni, un piccolo sbilanciamento nella mischia, il pallone tocca la schiena dell’arbitro e questi estrae il rosso contro il portiere. Giocandosi con questa sciocchezza (che, sia chiaro di nuovo, non cambia l’esito dell’incontro) la possibilità di arbitrare ai Mondiali di Russia, ma gettando anche un’ingiusta ombra sull’ultima grande partita di Buffon. Che, dopo la partita, s’incazza e dice parole ingiuste e censurabili, in un circolo vizioso che sarebbe stato facilmente evitabile. Come? Insegnando agli arbitri regole rigidissime sul comportamento gestuale, cui tutti si devono attenere in modo rigido, una sorta di check list di comportamenti, di passi, di gesti, di sguardi che non siano solo frutto della capacità individuale (e giustamente motivo di scatti in avanti nella carriera) ma che facciano parte dell’abbecedario del fischietto. E che, nel caso non vengano rispettati, portino a dei malus, dei disincentivi, esattamente come quando l’arbitro sbaglia a fischiare un rigore o ad assegnare un cartellino.

La politica

La credibilità della classe arbitrale europea non può prescindere neppure dal ruolo conferito a Pierluigi Collina. Arbitro tecnicamente un po’ sopravvalutato, ma un fuoriclasse – alla Webb, per capirsi – quanto alla capacità di tenere in pugno la partita, Collina è finito mani e piedi nello scandalo di Calciopoli. Ma a fronte di arbitri esposti al pubblico ludibrio e costretti ad appendere il fischietto al muro in base a ricostruzioni fatte su quadri indiziari, il direttore di gara bolognese, malgrado intercettazioni in cui emergeva invece in modo palese la contiguità con due squadre italiane, è stato premiato fino a diventare capo degli arbitri europei. Qui la prescrizione non c’entra nulla, qui non si parla di sanzioni e pene, ma dell’opportunità politica di dare un ruolo cruciale a chi si incontrava in segreto, violando regole scritte, con dirigenti di squadre italiane. Collina a capo degli arbitri Uefa ricorda il caso di Gianni De Gennaro che, dopo il G8 di Genova e la Diaz, diventa capo della polizia.

Che fare?

La classe arbitrale dovrebbe avere il coraggio di aprirsi. E cambiare. Aprirsi non significa dover rispondere al microfono aperto nel post partita per spiegare le decisioni, si tratterebbe di un suicidio mediatico. Ma dovrebbe, attraverso i suoi dirigenti, rendere il proprio ruolo più comprensibile, più nitido, risolvendo sul piano mediatico le situazioni controverse, accettando anche di mettersi in discussione e cercando di imparare da chi ha molto da insegnarle. D’altro canto, ci sentiamo anche di dover difendere gli arbitri da critiche eccessive, smisurate, da un’animosità che, pur non essendo ammessa nelle regole scritte del calcio, è accettata nella prassi. Il sistema per fare un salto di qualità è presto detto, è di stile rugbistico: pretendere che si espella chi protesta è un non-sense, perché la pena è troppo sproporzionata rispetto al reato e, quindi, finisce per non essere applicabile, esattamente com’è adesso; invece, dare sanzioni di tipo territoriale contro chi protesta (l’avanzamento di dieci metri di una punizione a sfavore, l’inversione di una punizione a favore) sarebbe efficacissimo. I giocatori – tranne chi autorizzato, il capitano, e solo in modo civile – sarebbero costretti a tacere. Anzi, se la sanzione territoriale si applicasse anche alle simulazioni, pensate come sarebbe stato più semplice gestire l’ultima Inter-Juventus: al primo tuffo di Perisic sul già ammonito Cuadrado, non avremmo probabilmente assistito ai due tentativi simili di Rafinha su Pjanic, e, di conseguenza, l’arbitro non sarebbe stato condizionato dai precedenti e non avrebbe esitato sul secondo giallo – che al terzo tentativo era invece doveroso – nei confronti del bosniaco.

A loro volta, i tifosi, sugli spalti e alla televisione, non sarebbero aizzati dai comportamenti dei loro beniamini sul campo. I dirigenti, la metà dei quali non sa distinguere un gioco pericoloso da un developpé di danza classica e sta nel calcio solo perché ricca e annoiata, a fine partita non ricorderebbero neppure più su quale episodio inventarsi una recriminazione. E alla fine saremmo tutti più felici e contenti. I giocatori, noi tifosi e, va da sé, anche i poveri arbitri. Che poi non sono solo quelli spernacchiati che dirigono le partite in Serie A, in Champions o ai Mondiali: sono anche quelli che vanno sui campi di terza categoria, dove non ci sono telecamere e talvolta rischiano la pelle per dei poveri cretini. Se vogliamo rendere più bello il calcio, uno dei cambiamenti passa anche da qui.