Cristiano Ronaldo e il Gotha degli dei

– Dimmi ancora di Sivori.

– Sivori è un vizio, diceva Umberto Agnelli. Tuo nonno lo ha visto dal vivo, e mi garantiva che era anche qualcosa di più. Una dipendenza. Piccolo e scattante come una volpe, ma con i denti affilati di un giaguaro. Entrava in campo come l’attrazione più attesa del circo o come il gladiatore più stupefacente dell’arena. Non gli bastava giocare per il risultato finale, per lui ognuno dei sessanta secondi che componevano i novanta minuti di ogni singolo match contenevano una sfida. Il dribbling, la sua arte: era come se nella sua mente il campo verde fosse un bosco pieno di insidie e trappole, buche e predatori. Predatori che a lui piaceva guardare negli occhi a pochi centimetri, per sentire sul collo il loro ansimare stanco e famelico, per avvertire addosso il calore dei loro muscoli tesi e madidi di sudore. Poi, quando sembravano averlo chiuso all’angolo, minuscolo e destinato a soccombere, lui sfrecciava via palla al piede. Sinuoso e alato, sfidava i difensori Golia già negli spogliatoi, durante la vestizione. Usciva con i calzettoni bassi, arrotolati all’altezza delle caviglie. Era un’ulteriore provocazione. Significava dire – non solo non vedrete mai la palla, ma non riuscirete nemmeno a colpirmi gli stinchi, non riuscirete a farmi male.

E così si lanciava nei suoi minuetti. In verticale, in orizzontale, in obliquo. Finte e controfinte, affondi, frenate e ripartenze veloci, l’istinto ferino per lo spazio libero, per il cunicolo, per il passaggio segreto verso la porta. E poi quel gusto per l’umiliazione, per l’irrisione dell’avversario, che in apparenza sembrava fine a sé stesso, ma che in realtà contribuiva a ferire l’orgoglio di chi voleva fermarlo, a spossare i nemici, a innervosirli fino a renderli violenti o deprimerli.

Funambolico e sfacciato, Omar. Un genio.

– É stato il migliore del suo tempo?

– Beh, al suo tempo… giocava Pelè.

– E Pelè? Perché non ha giocato nella Juventus?

– Sembra che la Juventus gli offrì addirittura delle azioni della Fiat per convincerlo. Ma lui restò al Santos. E si dice che proprio alla Juventus ha segnato il gol più indimenticabile di tutta la sua carriera. Perché qualsiasi campione, anche il più grande di tutti, quando segna alla Juventus sa di aver fatto qualcosa di molto speciale. Che si tratti di uno slalom in solitudine contro tutta la difesa bianconera o di una rovesciata all’altezza del cielo che scatena l’applauso coordinato di uno stadio intero.

– Però segnare per la Juventus è decisamente più bello.

– Il gol più bello che io ricordi segnato da un calciatore della Juventus lo ha fatto un altro che nella sua epoca è stato tra gli dei dell’Olimpo, uno dei migliori. Forse il migliore quando Maradona si prendeva le sue pause di riflessione dal calcio giocato.

– Una rovesciata? Di chi? Di chi penso io?

– No, non ancora la sua. Parliamo di molti anni prima di lui. A segnare quel gol fantastico fu Michel Platini, un altro genio del calcio. Platini era un artista dell’umanesimo, era un genio perché nel suo modo di giocare esisteva ancora il tempo per il pensiero,per la giocata ideata, riflettuta, vissuta prima nella propria mente e poi sul prato. Il miracolo desiderato e poi vissuto, qualcosa di ineguagliabile per chiunque abbia mai giocato a calcio. E in quei frangenti, quando era in campo, chi lo vedeva giocare potevascorgere il gesto che nasceva, nell’attimo dilatato del concepimento. Platini inventava giocate in cui la bellezza estetica e l’efficacia calcistica si contendevano lo scettro del potere. Contro il Pescara una volta ricevette il pallone alla trequarti, con tutta la difesa avversaria schierata. Lui decise di alzare un pallonetto per scavalcare tutti gli avversari in blocco e lanciare se stesso, come una specie di catapulta in carne e ossa. Come per magia, si trovò da solo davanti al portiere, e anche lì, non appagato, non fece certo il gesto più banale, ovvero un diagonale basso. No, Michel optò per un controllo delicato, per la sistemazione del pallone sul suo piede preferito, il destro, e per giunta nel punto migliore per essere colpito, e poi… e poi ecco partire una staffilata nell’angolo alto. Calcio in poesia, dove trionfava l’inaspettato, sempre.

– È più forte Platini o Messi. Platini o Cristiano Ronaldo?

– Il calcio è un divenire, è qualcosa di paragonabile a ciò chediceva della letteratura un grande scrittore come T.S. Eliot. Un continuum, entro cui ogni fuoriclasse è l’ideale continuazione di tutte le caratteristiche dei campioni che lo hanno preceduto. Platini con la Juve ha segnato anche il più bel gol della storia del calcio che è stato annullato.

– E quando?

– Juventus–Argentinos Juniors, la partita che visse due volte, perché fu trasmessa in leggera differita. Quando i bianconeri salirono sul tetto del mondo. Erano fasi concitate di una delle partite più belle di sempre. Ci fu calcio d’angolo frettoloso, il muro argentino respinse al limite, poi testa di Bonini in appoggio per Platini. Michel la stoppò di petto ma era in una morsa,circondato, aveva Pavoni e Commisso in pressione e così inventòuna diavoleria: palleggio di destro sulla testa dello sesso Pavoni e mezza rovesciata al volo di sinistro, in diagonale, all’angolo basso. Tiro teso, un colpo di sciabola, imparabile, una magia. Tutta la Juve festeggiò, Platini sprigionò gioia pura, ma l’arbitro tedesco Roth restò fermo, in piedi, a centro area, col braccio alzato. Prossemica inconfondibile: il gol non fu convalidato. Il gol annullato più bello della storia del calcio non poteva finire nell’oblio, e Platini fece in modo che nessuno potessedimenticarlo. Guardò Roth incredulo e poi si stese, in posa post-orgasmica da Don Giovanni. Lo stadio di Tokyo era divento la sua dormeuse, la telecamera è la sua amante, e lui in posa come la Maya Desnuda di Goya. Apoteosi.

– E quando un genio se ne va o non gioca più come si fa?

– Ci sono testimoni che passano, come nella staffetta, e l’ultimo che corre è sempre il più veloce. Deve esserlo, per consacrare il lavoro degli altri ed essere il sole inestinguibile del proprio attimo di destino. Dopo Platini, la Juventus ha dovuto aspettare qualche anno per avere un degno numero dieci. Roberto Baggio, un campione che giocava in poesia e che sembrava sempre in fuga. Via da se stesso, o verso la gloria. Ma sempre in fuga.

– Correva veloce?

– Non come un centometrista. Ma faceva qualcosa di unico, correva alla stessa velocità col pallone o senza, come se facesse parte del suo corpo. Un terzo piede o un terzo occhio. E quando sembrava stanco, ferito, sconfitto, inventava delle giocate che parevano nascere dal puro incanto che aveva nel cuore e dalla necessità di fuga. Come una volta a Udine, quando passò in mezzo a tutti gli avversari, o come in Coppa Uefa nel 1993, quando tra Paris Saint Germain e Borussia Dortmund sembrava in grado perfino di volare. Segnò in tutti i modi, ma non tutti quelli che amano la Juventus amano lui.

– Perché?

– Perché gli uomini sfuggenti non possono diventare leader di una sola fazione. Se sono geni, superano le barriere e diventano campioni di tutti. Altrimenti la voglia di sfuggire li rovina. Chi venne dopo di lui, gli rubò il posto in squadra e l’amore degli juventini.

– Chi?

– Pensaci un secondo e avrai la risposta.

– Del Piero.

– Sì, la Juve per venti lunghi anni. Di lui hai visto l’addio, che fu magnifico sul campo e controverso fuori. Ma a noi interessa il campo. Del Piero è stato un predestinato. Non era troppo alto, né poderoso. Ma sembrava creato con lo scopo di far evolvere il calcio da un’epoca di poesia, tecnica e genio possibili grazie ai tempi del pensiero, a un livello di velocità superiore. Ogni momento di estasi del gioco dribbling, tiri al volo, conclusioni, triangoli, finalizzazioni, vampate di creatività, potevano funzionare solo se avvenivano a una velocità superiore. Come se i gesti fossero iscritti già nella componente psicomotoria. Era come se Del Piero avesse già scolpita nel corpo la traccia di in un gesto tipico, l’intermittenza frenetica tra scatto, blocco, controscatto e tiro a giro, ma dentro di sé era ancora un fantasista dal genio antico. Aveva pause, come tutti i geni, ma quel gesto, il suo, è nella storia del calcio come firma. Ne ha fatti a decine di gol col suo nome, e forse per la storia della Juve sarà l‘ineguagliabile. Anche da campioni più forti di lui.

– Ma ora c’è…

– Non preoccuparti… Si pensa spesso che un limite sia invalicabile, ma poi arriva un altro uomo e lo sposta, poi un altro ancora… E tu sei nell’età in cui si vive per il calcio nel momento in cui la Juve è forte e solida come una montagna. Del Piero ha avuto tanti campioni al suo fianco.

Nedved era l’uomo che viveva per correre. Non era un genio dell’imprevedibile, ma aveva costanza. L’uomo squadra incrollabile in ogni zona del campo, in ogni fase del gioco. Anticipava una forma imperfetta di uomo androide, un prototipo di fuoriclasse del terzo millennio. Corsa e tiro, corsa e tiro, nessuna rielaborazione barocca ma linearità, la linearità dell’ottovolante. Ti piace l’ottovolante?

– Mi fa paura, e allo stesso tempo mi piace.

– Partiva come un vortice e travolgeva tutto. Non smetteva di correre nemmeno dopo i gol, come quando segnò contro il Real Madrid e conquistò la finale di Champions.

– Non si fermava proprio mai?

– Mai. Anzi sì una volta lo fermarono, proprio in quella partita indimenticabile contro il Real. Lo fermò un arbitro incosciente con un cartellino giallo che gli costò la finale, e probabilmente, il trionfo. A lui fu tolta la finale, alla Juve, l’arma più letale. – La maledizione delle finali…

– Non esistono maledizioni. Contano due cose: il destino, e cosa si è disposti a fare perché ci sia favorevole. Come nella vita. Anche Zidane alla Juventus ha fallito un paio di finali, sai?

– Non ero ancora nato…

– Ha fatto parte dell’Olimpo. La Juve lo trasformò in fuoriclasse da campione che era. Un ibrido anche lui, tra genio del passato e androide futuro. In campo era un giaguaro dalle movenze in apparenza placide, ma sinuose. Sembrava lento ma in progressione era inarrestabile. A volte roteava, piroettava, e il passo felino illuminava il campo, come un faro. Come un sole. La fonte di energia fisica e neuronale che vitalizzava la squadra intera. Contro l’Ajax, una volta fece sedere tutta la squadra avversaria e poi appoggiò la palla in rete, come se niente fosse.

– Ma allora è stato lui il più forte di sempre nella Juventus?

– Difficile dirlo. In una squadra come la Juventus si può diventare miti del calcio dal niente, o arrivarci quando miti lo si è già. Ma anche i miti finché vivono nel mondo reale e non solo nell’immaginario, devono confermarsi.
– Sul campo.

– Esatto. Sul campo.

– Ma non mi hai risposto.

– Su cosa?

– Su chi è il più forte di sempre.

– Una delle cose magnifiche del calcio è che cambia spesso, ma conservando e rielaborando tutto ciò che è successo nella sua storia. È una sintesi dell’evoluzione umana. In milioni di anni la capacità di adattamento e l’aumento delle abilità si scrive nella genetica, e così è nel calcio. In Cristiano sopravvivono tutte le caratteristiche di Sivori, Pelè, Platini, Del Piero, Nedved e Zidane. Sono condensate in un solo giocatore che rispetto a loro esegue ogni gesto a una velocità tripla, facendolo sembrare meccanico. Cristiano con Messi e ancora più di Messi – che invecchiando sembra aver accentuato un’emotività frenante, rallentante – e che ha più bisogno di una scacchiera a lui favorevole, è l’androide totale, implacabile. È una specie di uomo androide che risponde a dei comandi semi automatizzati, un rapporto tra corpo e sinapsi che non è del secondo millennio, o del novecento, ma appartiene totalmente al terzo millennio. I suoi fasci muscolari e il suo sistema nervoso producono direttamente i gesti tecnici, come se fossero intelligenti, una seconda intelligenza atletica decentralizzata. A 18 anni come oggi a 33, è come uno Stealth: è in grado di essere più veloce della luce e più preciso di un laser, per di più insensibile all’invecchiamento. Mi piacerebbe parlarci e dirgli di prendere un pizzico di genio purissimo e imprevedibile di Platini, la mistica dello stile di Del Piero, o la linearità sacrificale di Nedved, per diventare IL CALCIO, ma poi mi dico: è tutto già in lui, nei sui muscoli, nella sua genetica, nella sua potenza psicomotoria evoluta: un software così preciso che iniettare dosi di sentimento è impossibile. L’androide per restare perfetto non deve provare alcun sentimento, naturalmente in campo. Ogni micron di sentimento non servirebbe in un certo senso solo adepotenziarlo? E allora va bene il Cristiano razzo missile.

– Come in quella rovesciata…

– Già. È indimenticabile.

– E poi l’ha fatta nel suo stadio.

– O forse il suo stadio è diventato il tempio bianconero proprio grazie a quel gol. A quell’ovazione. L’androide altrove è stato sempre odiato, per la sua superiorità. Lo Stadium gli ha dedicato una standing

– L’avrò vista e rivista mille volte…

– Andare fino a lassù. Più di tre metri. In mezzo a due mastini come Chiellini e Barzagli, e con in porta un leone. Un leone anziano, ma pur sempre un monarca. Colpire in modo perfetto. Meglio di Pelè in Fuga per la vittoria.

– Un caccia da guerra.

– Giusto. Cristiano Ronaldo è un uomo-jet. Un Jet bianconero.

– Vinceremo la Champions?

– Questo non lo so. Ma una cosa è certa. Per chi verrà dopo di te, avrai molto da raccontare. E questa è l’unica cosa che conta.