Cristiano Ronaldo dentro il collettivo

di Luca Momblano |

Non tutti sono biografi o tuttologhi, c’è chi sta nella maggioranza, cioè in mezzo, e scrive per come le cose si rivelano nel tempo modificandosi. Vale anche e soprattutto se si scrive di ciò che gravita intorno a Cristiano Ronaldo. L’asso portoghese ha segnato profondamente una decade che non ha precedenti, nella quale il calcio si è trasformato anche attraverso lui. Di questo si è tutti consapevoli al netto dello schieramento filosofico del dualismo globalizzato con Leo Messi, del ribrezzo per i crudi numeri che riducono i campionissimi a slot-machine, dell’amore o odio quasi scientifico che spingono l’uomo a sputar fuori emozioni nei confronti di chi monopolizza, attrae, sovraespone e domina nello sport. Tanto più se si tratta dello sport più crudele e pettegolo del mondo.

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E allora, se non si è né biografi né tuttologhi (generi che sovente si nutrono tra loro), è bene pensare che Cristiano Ronaldo vada digerito dalla Juventus per quello che è: un grandissimo del calcio mondiale che affida il proprio ego alla prepotente ascesa di un club che fa storicamente del collettivo il suo punto di forza. Per lui, CR7, la grande sfida è di ritornare ai concetti morali applicati dello United di Ferguson piuttosto che spostare abiti e abitudini della Vecchia Signora. Il Real Madrid è stata una strepitosa parentesi, molto probabilmente il punto più alto della sua carriera, ma quando Ronaldo insiste sul “passo avanti” lo fa dall’alto della voglia di stimoli e dal basso, concreto, del campo, di ciò che ha visto e vissuto in questi anni. E attenzione: grande alchimia sarà se è vero che la Juve non avrà bisogno di cambiare così come a Cristiano Ronaldo (salvo parabole spontanee e naturali) non verrà chiesto di cambiare attitudine.

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Per quanto riguarda i concetti tecnici e tattici, ecco il grande distinguo dal colpo (sembra trascorsa un’era geologica) che portò Higuain in bianconero due anni or sono. A cosa chiedesse la Juve a Gonzalo, a fronte dei 90 milioni sborsati, era giusto rispondere in termini alfanumerici. Tre lettere e la loro traduzione in punti e, all’eventualità, in salvifico scacciapensieri. G-O-L. Perché fino a prova contraria, se proprio si deve ridurre un calciatore a macchina, anche nel giudicarlo, allora vale la pena farlo solo per i bomber fatti e finiti. Ciò non significa che Ronaldo non farà il centravanti, o che non gli verranno i chiesti i gol, visto che si pone oggi a un centimetro dall’essere un centravanti mobile. Significa al contrario che Ronaldo può fare tutto, dando tutto, senza chiedergli tutto, dall’alto della sua esperienza e della sua sensibilità sul campo.

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Se farà l’ala, sarà perché cercherà quella posizione per fare più male (a proposito, nasce ala e per questo è il più periferico e concreto nella giocata degli ultimi 30 metri… nasce ala e quindi possiede paradossalmente il senso innato di saper confezionare un gol altrui); se farà il sottopunta è perché avrà capito dove e come ricevere per schiodare e scomporre l’ultima linea avversaria; se farà la seconda punta è perché avrà individuato il partner ideale; se giocherà a tutto campo sarà perché la squadra lo avrà metabolizzato e lui farà da padrone. Significa che Ronaldo può fare tutto, ai soliti massimi livelli, a patto che il collettivo (non una somma di gregari, ma un undici anche sottraendo Cristiano, una squadra che gli permetta pause, capricci e orpelli)  gli permetterà di farlo e se lui stesso sarà interprete di questo collettivo.

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In questo senso la sua esperienza più interessante è quella con la nazionale portoghese. Lì CR7 è assurto a leader e contesto allo stesso tempo, dimostrando di saper inghiottire una realtà che non è quella della parata delle stelle, della sommatoria, per poi sputarla fuori da consapevole parafulmine di ciò che non ha la smania di mostrarsi perfetto (una retorica quasi opposta a quella del Real). Sono arrivate l’incredibile delusione dell’Europeo in casa e la sorprendente affermazione in Francia otto anni dopo, così come una nuova dignitosa eliminazione ai mondiali. Ogni anno che passava, si vedeva un lato sempre più umano di CR7, sempre meno isterico, sempre più mentalizzato, più iconico. Dentro questo ritratto nitido, ci sguazza. E’ pronto per la Juve, è questo il passo avanti. Perché nel Real l’impatto fu quello di dover competere e impressionare per lasciare in panchina altri campioni, fu quello di dover vestire la maschera del supereroe atteggiato come da copione di autodifesa suggerito dai tratti salienti della sua personalità.

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Infine una riflessione ardita, ma che entra in gioco con ancora maggior forza dopo le parole con cui si è espresso in conferenza. Nessuno è perfetto, per quanto pretendere di essere un esempio nel mondo delle telecamere e dei social impone di avvicinarsi alla perfezione. Tanto più si può dire che nessuno sia perfetto sul campo, come raccontano i reciproci biografi e le flotte di tuttologi quando sciorinano presunti coefficienti d’impatto di CR7 e Messi nelle loro collezioni di finalissime. E se la mano di Allegri è stata ferma nell’iniettare l’antipanico per l’Europa, è anche vero che nella proposta collettiva questa mano si è rivelata a un certo punto esitante. Così l’aspettativa non è più quella di migliorare il collettivo attraverso un complicato e impegnativo metti la cera/togli la cera, ma con un’unica puntura che potenzi il tutto. Tecnicamente, mentalmente, armonicamente, pur sempre nel solco della tradizione di una squadra che mette sotto i piedi dei fuoriclasse e/o dei più grandi spadaccini le basi per poter stare sempre in tenuta da battaglia. E l’ottimismo nasce dal fatto che Cristiano ha sempre dato l’impressione di uno che l’armatura la vesta molto volentieri: un’occasione imperdibile, direbbe il tuttologo.

 

 

 

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