Scegliere (di essere) Cristiano Ronaldo

di Claudio Pellecchia |

Martedì scorso, a una settimana dell’imponderabile (?) e mentre i ragazzini dell’Ajax rendevano orgoglioso Joahn Cruijff ovunque egli si trovasse in quel (e in questo) momento, ero a teatro per vedere uno spettacolo dal titolo – “Il rigore che non c’era” –  che oggi mi fa sorridere più del dovuto, non foss’altro perché sono proprio due rigori – quello di Madrid e quello al Madrid, inteso come Atletico -, a distanza di un anno l’uno dall’altro, ad aver segnato la nostra storia recente. E che siano stati segnati dalla stessa persona, protagonista seppur marginale della piece di cui sopra, mi ha confermato ulteriormente che no, nulla ma proprio nulla accade per caso.

Perché in questo spettacolo si parlava di sliding doors e di scelte: quelle che facciamo, quelle che subiamo, quelle che ci vengono imposte, quelle di cui siamo spettatori e/o protagonisti inconsapevoli in una dimensione in cui passato, presente e futuro finiscono con il fondersi in una dimensione temporale nuova e sconosciuta ai più.

Nel tardo 1984, ad esempio, la signora Dolores Aveiro aveva scelto di abortire: quel quarto figlio, con altri tre da mantenere tra difficoltà, stenti e un marito con gravi problemi di alcolismo, non avrebbe avuto futuro. O, almeno, un futuro degno di essere vissuto. Solo che eravamo nel Portogallo cattolico, anzi nel Portogallo cattolico insulare – perché Madeira è un’isola, uno di quei posti da cui si può scappare nemmeno volendolo con tutte le proprie forze visto che, anche quando vai in continente, capiscono subito da dove vieni per via del tuo accento. E, spesso, tendono a fartelo notare, non sempre bonariamente – e, quindi, a scegliere per la signora Dolores non fu lei ma un dottore: «Non vedo sufficienti motivi per cui questo bambino non debba nascere». E a poco servirono i “consigli fai da te” di una vicina di casa – «Dolores vuoi abortire? Bevi tanta birra scura e corri su e giù per Funchal tutto il giorno, tutti i giorni» -: il 5 febbraio 1985 Cristiano nacque lo stesso. Non per scelta sua, della madre e nemmeno di quel medico: semplicemente perché così doveva essere.

Lo guardo, Cristiano, a 34 anni di distanza nel tunnel degli spogliatoi dello Stadium mentre carica i compagni e trovando anche il tempo di discutere con Kuipers di quel gol annullato che avrebbe (già) cambiato la storia, in uno dei tanti atteggiamenti che segnano la reale differenza tra lui e Messi (che, pure, tendo a preferirgli per il suo modo più naturale di “sentire” ed approcciarsi al gioco, ma questa è altra materia da romanzo) in questa “battle of Gods” (anzi, of Goats) dei nostri tempi. Lo guardo perché non posso fare altrimenti, perché da tempo mi interessa più la sua prossemica fuori che dentro il campo, lo guardo, perché da lì si può intuire come andrà a finire. Lo guardo e capisco che ho sbagliato a dubitare di chi ne ha sempre fatto una «questione di personalità, di durezza mentale, di capacità di essere all’altezza di aspettative impensabili e di resistere a pressioni spaventose per qualsiasi altro essere umano, di fiducia nei propri mezzi che deriva dalla consapevolezza di aver allenato duramente il proprio talento in una sorta di trasposizione moderna del concetto di “superuomo”»: in quello sguardo da chi “non gioca, è assatanato, che è un concetto diverso” vedo che tutto andrà come deve andare, che tutto andrà come ha scelto che vada l’uomo che ha scelto, a sua volta, di essere di Cristiano Ronaldo.

Lo ha scelto quando ha preso il primo (e ultimo) aereo che lo portò, bambino, via da casa, discostandosi dalla narrazione, tipicamente portoghese, dell’eterno ritorno e della saudade a ritmo di fado.

Lo ha scelto fin da quando, ai tempi delle giovanili dello Sporting Lisbona, veniva preso in giro dai compagni più grandi che gli gridavano «Ronaldo, Ferrari!» ogni volta che lo vedevano spingere il carrello della biancheria da lavare. E lui cominciava a stipulare quel patto faustiano con (e contro) se stesso, promettendosi che, un giorno, lo avrebbero visto davvero guidare una Ferrari. Anzi più di una, perché avrebbe guadagnato talmente tanto da potersi permettere di scegliere quali e quante Ferrari guidare a seconda del giorno e dell’umore.

Lo ha scelto quando fu attaccato metaforicamente (?) al muro da Sir Alex Ferguson al grido di «ma chi ti credi di essere? Qui siamo allo United!» nel primo, vero, turning point di una carriera che stava per prendere la parte sbagliata del bivio.

Lo ha scelto quando fu designato come legittimo erede sia da George Best – che, prima di lui, aveva irriso e deriso tutti quelli che avevano indossato la “sua” numero 7 (in particolare il divino David Beckham) prima di dire «ecco, lui sì, lui va bene, lui può essere come me» – che da Alfredo Di Stefano, coniugando il meglio di entrambi e ridefinendo il concetto di “evoluzione della specie” applicato al calcio.

Lo ha scelto quando vedeva Messi vincere trofei e palloni d’oro in serie, allenandosi, senza fine e senza sosta, ad essere “harder, better, faster, stronger” per poi diventare “too big, too strong, too fast, too good”.

Lo ha scelto quando ha sacrificato tutto e tutti sull’altare della propria smisurata ambizione, che spesso è stata confusa con l’arroganza. “Because greatness demands everything”.

Lo ha scelto ogni volta che è uscito dalla propria comfort zone per mettersi alla prova in un contesto, un campionato, una cultura diversa. Risultando, ogni singola volta, qualcosa e qualcuno che non sarebbe mai più stato visto, né prima né dopo.

Lo ha scelto quando ha invitato allo Stadium Jorge Mendes e i suoi familiari – qui si sforerebbe nell’agiografia ma, in fondo, “perché rovinare una bella storia con la verità?” – promettendo, anzi preannunciando, l’ennesima serata da leggenda e da tregenda.

Lo ha scelto quando si è presentato sul dischetto. Non perché potesse andarci qualcun altro (a quel punto, poi), ma perché voleva e doveva chiudere il cerchio che lui stesso avevo aperto un anno prima. Allo stesso modo, con un rigore nel finale.

Per questo, dopo che l’imponderabile era già accaduto davanti ai miei occhi, ero assolutamente tranquillo mentre lo guardavo prendere la rincorsa dopo aver guardato i suoi occhi nel tunnel degli spogliatoi. Era già stato tutto scritto, era già stato tutto (pre)scelto. Da lui. E lui non sbaglia. Mai.