Il solito Cristiano e la missione della Juve

di Alex Campanelli |

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E’ successo l’altra sera ma sembra una storia già vecchia, anzi, praticamente un déjà-vu: Cristiano Ronaldo, con una tripletta, demolisce la Svizzera e trascina il Portogallo in finale di Nations League. Quant’eravamo abituati ad ammirare le sue imprese da lontano giusto un anno fa? Quanto ci sembravano aliene e impossibili, non tanto per il valore delle singole prestazioni, quanto per la costanza e la continuità quasi fastidiose con le quali Cristiano ci ribadiva di non essere un comune mortale?

Ammettiamolo, per un mesetto ce ne eravamo dimenticati, presi come siamo dal toto-allenatore, desiderosi di riscattare una stagione europea deludente, demoralizzati da un finale di stagione soporifero. Ieri Cristiano ce l’ha ricordato: io sono qui, ho ancora voglia di lottare, non voglio più lasciare niente per strada, posso essere ancora il più forte di tutti. Della tripletta che riassume il suo repertorio, sostituendo al colpo di testa quel gol su piazzato che gli mancava da quasi un anno, avrete già visto mille replay; la giocata più pazzesca però è un’altra, un assist no look degno del miglior Dennis Bergkamp, una palla che non sarebbe stata banale nemmeno se giocata con lo sguardo fronte alla porta.

Togliamo subito ogni dubbio agli scettici: Cristiano non ha giocato in una posizione dissimile a quella che occupa nella Juventus, come testimoniato dalla sua heatmap, nonostante l’atipico 4-3-1-2 di Santos sia molto diverso dal 4-3-3 di Allegri. Pur non avendo una punta centrale di riferimento, bensì due mezzepunte mobili e creative come Joao Felix e Bernardo Silva, Ronaldo non ha riempito l’area più del solito, posizionandosi nel suo mezzo spazio preferito, quello di sinistra, senza disdegnare i suoi classici scambi di posizione con l’altro attaccante (Felix da lavagnetta iniziale, anche se Bernardo si è alzato e allargato più volte).

Decisamente simili anche le statistiche relative a passaggi effettuati, 32 contro i 33,3 di media in Serie A, conclusioni a rete (5 contro 5,7) e dribbling (3, tutti riusciti, contro 2,7 di media). Numeri che smontano qualsiasi tipo di ragionamento relativo a un Ronaldo “troppo coinvolto” nella manovra della Juve o troppo defilato; Cristiano ha bisogno di essere servito per rendersi pericoloso in zona gol, ma ama altrettanto ricevere palla, servire i compagni e incantare il pubblico con i numeri da funambolo che negli ultimi anni a Madrid aveva ridotto. Oltre all’assist di prima, va visto e rivisto l’arresto e tunnel su Mbabu, brutalizzato dal 7 lusitano.

Nel 2019 è decisamente anacronistico parlare di “giocatori che risolvono le partite da soli”, senza rischiare di cadere nella banalizzazione della quale si nutrono critici e media sin troppo generalisti, ma Cristiano Ronaldo al giorno d’oggi è, insieme all’altro della sua stessa genia, quanto di più vicino a tale definizione. La Juventus e il suo prossimo allenatore hanno una missione tanto semplice quanto delicata: permettere a Cristiano Ronaldo di continuare a divertirsi, ad essere centrale e decisivo, a vincere tutto quello che c’è da vincere. Fernando Santos, in un Portogallo che non è mai stato spettacolare e non sempre ha schierato interpreti al livello di CR7, gli ha costruito intorno una costellazione offensiva (che riguarda non solo gli attaccanti) a lui completamente funzionale, del quale lui è ingranaggio iniziale e finale. Se c’è qualcosa che non ha funzionato nell’ultima stagione bianconera, non riguarda certo Cristiano.