Credere nella “rivoluzione Juve”: il mostro di fine livello

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Ci sono schiaffi che fan male all’anima.
Inutile girarci intorno, la sconfitta di sabato scorso contro l’Inter è uno di quegli schiaffi che fanno male perché ti fanno perdere sicurezze, aprono spazio a mille interrogativi.
Abbiamo fatto bene a mollare Allegri e l’allegrismo?
Abbiamo perso il DNA Juventus?
Giusto affidare la panchina ad un esordiente?
I nostri giocatori sono sopravvalutati?

Occorre cercare di far un passo di lato, per guardare la situazione da un’altra prospettiva. È innegabile che il ciclo dei 9 scudetti sia qualcosa di difficilmente comprensibile per tutti, anche per noi tifosi juventini: ci ha fatto perdere, oggi, lucidità e ci ha abituato a vincere, come fosse la cosa più naturale e ovvia del mondo e dello sport. Ma è una situazione irripetibile.

Basti pensare che tutti abbiamo negli occhi come cicli straordinari quello di Trapattoni dal 1976 al 1986, dove gli scudetti furono 6 su 10 (accompagnati da tutti, e dico tutti, gli altri trofei possibili), quelli di Lippi tra il 1994 e il 1999 (3 scudetti su 5). Anche i cicli delle altre grandi squadre si sono misurati su periodi più brevi e con meno scudetti.
Questo deve farci ragionare bene sul concetto di ciclo per farci capire che il nostro non è affatto finito. L’eventuale mancato scudetto di quest’anno non dovrebbe affatto gettarci nello sconforto, perché non significherebbe affatto aver perso il gap guadagnato in questi dieci anni nei confronti delle altre squadre.
Analizzando freddamente la situazione, infatti, abbiamo oggi molte certezze che le altre non hanno:
– Una proprietà stabile, florida ed una solidità economica indiscutibile;
– Uno stadio di proprietà ed un brand in crescita esponenziale;
– Una squadra B nata solo da tre anni e che comincia a fornire qualche giocatore alla prima squadra;
– Una rosa ringiovanita con alcuni tra i migliori giovani in giro (ad es.: De Ligt, Kulusevski, Chiesa)
– Un progetto tecnico innovativo iniziato da due anni.

Ma alcuni schiaffi, come dicevo all’inizio, fanno male all’anima e creano insicurezze anche dove non dovrebbero essercene. Leggo tra fratelli juventini anche chi invoca l’esonero di Pirlo.
L’insicurezza e la paura ci fanno diventare miopi, ci fanno guardare il dito, mentre dovremmo, forti di tutte le cose positive che ho elencato sopra, guardare solo la Luna. Pirlo non è perfetto, deve fare esperienza, crescere in fretta ed imparare da partite come quella con l’Inter.
Ma la strada scelta due anni fa dalla società, ne sono fermamente convinto, è quella giusta: sarà un viaggio che ci porterà in una nuova e definitiva dimensione di leadership europea.
Siamo solo all’inizio del viaggio, come lo fu il Barcellona nel 1988, quando decise di affidarsi a Crujiff: vinse al terzo anno, iniziando un percorso complessivo che dura ancora oggi, portando il Barcellona in una dimensione che la gloriosa squadra catalana fino ad allora, pur vittoriosa, non aveva mai avuto.
Noi dobbiamo pensare che il progetto tecnico iniziato con Sarri prima e proseguito con Pirlo, e domani magari anche da altri nelle intenzioni della Società, dovrà portare la Juventus ad un risultato simile.

Certo, per noi la sfida è doppia, perché un conto è costruire dalle macerie, ed un conto è ricostruire dove prima c’erano certezze, ma bisogna avere convinzione nella bontà del progetto e perseguirlo anche a fronte (speriamo di no) di uno o due anni senza vittorie. La Juve ha provato già nel 1990 una strada simile, abbandonata rovinosamente dopo un girone per tornare alle (presunte) vecchie certezze.

La Juve negli ultimi decenni ha provato più volte a “sterzare” con nuovi progetti, alcuni sono naufragati dopo pochi mesi (Maifredi, Ferrara) non solo per i limiti della guida tecnica o per la rosa non all’altezza del progetto ma soprattutto perché le società dell’epoca (molto discutibili) non ebbero la forza di dare corpo, struttura e condizioni ideali per varare quei progetti, migliorarli, guidarli e sostenerli.

Al contrario, una società forte e competente, come all’epoca della Triade che cercò e supportò in modo convinto un cambiamento con Lippi, con un calcio dominante ed offensivo, o come all’inizio del percorso di questa società con Conte, anche a fronte di qualche sbandamento iniziale, ci ha sempre portato sempre ad essere (al di là della Champions) una squadra dominante in Italia e in Europa.

La “rivoluzione” era iniziata con Sarri ma le carenze nei rapporti interpersonali, una transizione tattica non semplice hanno fatto sì che una una parte significativa dello spogliatoio abbia mollato il Mister.

In questo caso la Società ha mostrato la sua lungimiranza e ci ha fatto capire quanto davvero creda nel progetto di ampio respiro di cui parlavo prima: mandato via Sarri, ha insistito nell’idea di voler portare la Juve in un’altra dimensione di calcio affidandosi ad un allenatore nuovo ma con idee lontane dalla comfort zone nella quale abbiamo sguazzato fino a tre anni fa. Sinceramente, questo mi dà una fiducia enorme, e mi fa capire come e quanto si stia cercando una Juve sempre più grande e più forte.

Quindi è adesso il momento in cui Società e allenatore devono resistere, anche a costo di perdere punti e consenso per strada: nello sport per migliorare devi essere disposto a fare un passo indietro. Gli errori di oggi, di questa stagione, andranno compresi a fondo e utilizzati per capire bene quali sono i giocatori funzionali per procedere senza remore alla sostituzione. Siamo nella fase del distacco dalle certezze, che pure ci hanno portato vittorie. Difficile, difficilissimo, ma dobbiamo tutti elaborare questo lutto.

È, questo, il tempo delle scelte, ragionate ma coraggiose.

Vanno prese in modo deciso, per evitare di partorire ibridi senza senso che potrebbero essere rappresentati da quanto visto contro l’Inter: impostazione di squadra offensiva, ma con la riserva mentale (come ammesso da Pirlo) della paura di non essere abbastanza coperti in difesa. Non si può voler entrare in una nuova dimensione, restando nella paura di perdere quella vecchia.

Va eliminato tutto ciò che può far sorgere dubbi che la strada vecchia sia la migliore: allora sì, se prevarrà la nostalgia del passato, questi due anni saranno stati persi.
Il rischio, se non dovessimo superare questo “mostro di fine livello”, sarà quello di cadere in un medioevo bianconero che non avrebbe davvero ragione di essere.

di Massimiliano Tavella