Un Costa “allegriano” in una Juve sempre più sarrista

di Alessio Lavino |

douglas sturaro

Niente da fare. Alla fine l’onda lunga di Massimiliano Allegri supera anche la fine del suo contratto con la Juve, terminato il 1 Luglio 2020, alcune sue idee e visioni tornano di grande attualità.

Una di queste è la carta Douglas Costa, una di quelle rare in questo calcio moderno. Quel jolly che non sai mai in quale periodo della stagione pescherai dal mazzo e, una volta in mano, quando sia il momento più giusto per giocarla.

Un’arma letale per tecnica ed estro. Tecnica sopraffina e leggerezza d’animo. Uno che la pressione in campo non la sente e più avversari ha intorno, più è a suo agio. Uno che riceve palla, la doma e nel silenzio assordante dello stadio ti punta, ti scruta, ti osserva e capisce le tue debolezze, come in un western.

Douglas riesce a fare tutto questo in quello che per altri è solo una frazione di secondo, che per lui dura un’eternità, perché il talento puro non conosce definizioni di tempo e spazio – vedasi ultimo gol col Genoa dalla traiettoria incomprensibile o quello sfiorato al Toro, dopo un sublime elastico.

Sembrerebbe il profilo ideale per un esteta come Sarri che nel corso di questa stagione, pre- e post-lockdown, ha fatto di tutto per inserirlo nei suoi undici, quelli che giocano a uno-due tocchi e se ne fai tre, guai a te!

Il tecnico toscano ha però dovuto ammettere l’amara verità: Costa diventa devastante molto di più a partita in corso, letale per le squadre stanche”.

Analisi facilitata dall’attuale utilità di Bernardeschi in non possesso, ma che sottolinea un aspetto affascinante dell’eterno dualismo pragmatismo-estetica, nell’incessante lotta tra allegristi e sarristi. Il Douglas Costa immaginato da Sarri a inizio gara risulta essere “bello” da vedere ma, conti alla mano, meno efficace per scardinare le difese rivali.

Più letale invece il Douglas Costa “allegriano” che, a gara in corso, con squadre stanche, lunghe e poco lucide “spacca le partite”.

Nel primo anno di Allegri, Douglas gioca 31 gare in A di cui solo 18 dall’inizio; solo 17 presenze l’anno seguente di cui solo 7 fa titolare. Trend visto già nel suo ultimo anno al Bayern Monaco con 23 presenze di cui 14 dall’inizio, e che si sta riproponendo con  Sarri (19 in A di cui 6 dall’inizio).

Vedasi Genoa, Toro ma anche e soprattutto Lokomotiv Mosca in Champions (così come quei 20 minuti folgoranti in casa Ajax l’anno scorso). Douglas entra e spacca, riceve, ne salta uno, due o tre, fa assist, devasta le difese, le sfianca, le finisce e a volte disegna arcobaleni o serpentine a cui assistere attoniti.

Non solo quindi Jolly che spacca le gare ma anche giocatore che esula dal il  , dogma sarrista dell’ “uno-due tocchi”.

Douglas va così veloce da tenere tutti in apnea e chiedersi quando il rischio della giocata sarà troppo alto da portarlo a perderla, quella dannata palla! Ma lei, bella e dannata resta sempre incollata ai suoi piedi. È fatto così, il brasiliano, vuole decidere così, con un colpo di genio, o un’apertura di gas, quello che non alleni ma che hai. Quello che al primo minuto di gioco è troppo diverso dagli ultimi dieci, perché si, “in una partita ci sono tante partite” -come ha spesso sottolineato Allegri- e come, da allenatore niente affatto integralista ma molto intelligente ha iniziato a capire anche Sarri, uno che a volte ha cercato con troppa insistenza di giocarne una sola alla volta.

Un Costa “allegriano”, bello ma pragmatico, più spietato che tattico, è il jolly da pescare dal mazzo in una Juve sempre per il resto sempre più Sarriana.