Cosa sappiamo di Daniele Rugani

di Davide Rovati |

Daniele Rugani, 24 anni da compiere a luglio, veste la casacca bianconera da un triennio: un tempo di permanenza sufficiente per abbozzare un bilancio della sua esperienza, sollecitato tra l’altro da voci di mercato sempre più insistenti.

Acquistato già nel 2012 e messosi in buona luce nella Primavera di Baroni, approda definitivamente a Torino nell’estate 2015, dopo due anni sensazionali con l’Empoli (conditi da una promozione). L’investitura è unanime: Rugani è il miglior difensore centrale italiano fra i giovani, impressionante per maturità e limpidezza negli interventi, come testimoniato anche dalla stagione d’esordio in massima serie chiusa senza una sola ammonizione in 3420’.

La prima stagione in bianconero è durissima. Rugani gioca la prima da titolare a dicembre, in Coppa Italia, e deve aspettare gennaio per inanellare due presenze di fila. A differenza di altri giovani difensori in giro per l’Europa – il riferimento è soprattutto ai quasi-coetanei Umtiti e Varane – appare subito chiaro che a Rugani non è concesso di sbagliare per imparare. Anzi, la cura Allegri prevede panchine persino dopo le poche prestazioni davvero convincenti, come il delicatissimo subentro a freddo nel big match casalingo contro il Napoli (sì, Zaza 88’).

Il talentino bianconero appare disorientato, insicuro, nel pieno di una involuzione tecnica e tattica il cui nadir è la disastrosa partita di San Siro in Coppa Italia (0-3 per l’Inter e qualificazione strappata ai rigori).

In primavera Rugani riesce a rialzarsi e trovare finalmente un po’ di continuità, complici anche gli infortuni a Chiellini e Caceres. Il buon finale di campionato fa ben sperare per la stagione successiva. In realtà in estate la società investe su Benatia per completare il reparto e Rugani si ritrova di nuovo in fondo alle gerarchie.

Esordisce solo a fine settembre, si infortuna subito dopo e torna titolare solo nel mese di novembre, in tempo per una grande partita in marcatura sullo scatenato Belotti e per prendere parte alla disfatta di Doha. Con la squadra che avanza fino alla finale di Champions, Rugani non gioca nemmeno un minuto nella fase ad eliminazione diretta e non può dire la sua nemmeno nell’ampio turnover applicato da Allegri al reparto difensivo in campionato, perché un nuovo infortunio lo tiene fuori dai giochi fino a fine stagione.

L’ultima annata è sotto gli occhi di tutti. Rugani gioca tanto, rompe per la prima volta in bianconero la barriera dei 2000’, ma non dà mai la sensazione di aver guadagnato terreno nelle gerarchie del mister. In panchina nei 180’ contro Tottenham e Real Madrid, in panchina in entrambi i big match di campionato contro il Napoli, in panchina persino per semifinali e finali di Coppa Italia. Quando conta, Allegri sceglie sempre Benatia, o persino Barzagli.

Questa la cronistoria. E allora cosa abbiamo imparato su Daniele Rugani in questi tre anni?

Innanzitutto che non è un difensore appariscente. Non sarà mai quello che si butta a corpo morto per deviare un tiro diretto all’angolino, né quello che lascia il segno dei tacchetti sull’uomo più carismatico degli avversari. Rugani è un giocatore estremamente lineare, che si esalta nei contesti organizzati e talvolta sembra un po’ spaventato dal disordine.

Forse questa caratteristica lo ha limitato nel suo ambientamento a Torino. Alla Juve il difensore centrale è un ruolo rivestito di una patina di epica, è il ruolo di chi sa essere eroe. Ma lo straordinario non si addice a Rugani.

Scendendo nei dettagli tecnici di questa narrazione, la Juve richiede un forte contributo individuale ai propri difensori, chiamati a farsi valere nella marcatura a uomo, a seguire il proprio istinto per rompere la linea, ad aiutare il compagno che compie una sbavatura. Rugani ha dimostrato talvolta di soffrire quelle situazioni in cui difendere di sistema non è sufficiente a cavarsela, come la marcatura di giocatori forti fisicamente e bravi a usare il corpo (ricordiamo tutti le magre figure con Galabinov) oppure la gestione di ampie porzioni di campo alle proprie spalle senza il ricorso alla trappola del fuorigioco.

La linearità è propria di Rugani anche nella fase di gestione del pallone. Non parliamo certo di un Bonucci o di un Chiellini, entrambi protagonisti nella costruzione dell’azione con le rispettive peculiarità – il lancio lungo e la percussione palla al piede. Rugani è un difensore moderno, dotato di buon piede destro e con il chip del gioco di posizione installato da Sarri. Si tratta quindi di un centrale che cerca sempre il gioco corto e verticale ed è in grado di rompere le linee di pressione avversaria, anche con passaggi di prima intenzione.

Analogamente a quanto scritto per la fase difensiva, non si può purtroppo dire che questa caratteristica si sposi bene con lo sviluppo del gioco della Juventus di Allegri. Una squadra che sembra refrattaria alla costruzione centrale e verticale, che esce sempre dalle vie laterali e che richiede ai centrali una circolazione paziente e periferica.

Quando porta il pallone, tante volte ho notato nella postura di Rugani un atteggiamento di indecisione, come se ogni tocco in più aumentasse l’ansia per la scelta successiva da compiere. E così, nonostante avanzi sempre, in modo quasi didascalico, a testa alta, è difficile associare il suo incedere all’eleganza: piuttosto sembra sempre che la palla gli scotti fra i piedi.

Quanto detto finora può sembrare un giudizio negativo sul calciatore da parte mia. E devo ammettere che, in caso di riconferma, non vedo come Rugani possa rappresentare più di un buon rincalzo per la Juve dell’anno prossimo.

Credo che in questi anni sia maturato come giocatore, se non altro perché si è ritrovato a confrontarsi con palcoscenici e pressioni incredibili, ma non direi invece che sia migliorato.

Proprio come guardare da vicino Nels Cline che suona la chitarra non ti rende un grande chitarrista, non è bastato a Rugani allenarsi con alcuni dei migliori marcatori al mondo per imparare l’arte. In definitiva, lo staff non è riuscito a colmare i (pochi) difetti tecnici del 21enne arrivato alla Juve nel 2015.

E così Rugani non si è mai scrollato di dosso una vaga sensazione di insicurezza, o meglio di timidezza. Del resto il numero esiguo di grandi partite giocate in questi anni parla chiaro: a certi livelli, Rugani non è ritenuto affidabile.

Inoltre l’anno prossimo non lo aiuterà certo l’integrazione di Caldara, suo coetaneo ma con caratteristiche molto più adatte al sistema difensivo della Juve e in generale un’impostazione meno scolastica e più aperta al gioco “sporco”.

Rimango però convinto che il talento di Daniele Rugani sia indiscutibile, anche se magari non universale poiché basato più su mezzi tattici che sulla superiorità fisica e tecnica e quindi penalizzato dal contesto non ideale che ha trovato a Torino. Se dovesse rimanere in rosa, si tratterebbe comunque di un difensore classe ‘94, con una carriera lunghissima di fronte: un asset prezioso per la società, al di là di questo progetto tecnico che lo vede ai margini e che ne ha evidenziato i difetti più che i pregi.

Se invece le voci di mercato trovassero conferma, occorrerà prendere atto che un suo trasferimento potrebbe essere la soluzione ideale sia per il giocatore che per la società. A malincuore, per quel che poteva essere e non è (ancora?) stato.