Cosa resterà… della Juve di Allegri?

di Riceviamo e Pubblichiamo |

 “Anni come giorni son volati via / Brevi fotogrammi o treni in galleria”.

Dopo il tripudio per il derby d’Italia, con un risultato esaltante, performance tattica ineccepibile caratterizzata da una neofita mentalità offensiva, la domanda é: “Cosa resta della Juve di Allegri nella Juve di Sarri?”.

Questa creatura dal gioco spumeggiante è l’esatta antinomia di quella che ci ha portato comunque a sfiorare per ben due volte il tetto d’Europa e dominare in Italia, o ha in sé una sorta di lascito, come accaduto nel passaggio da Conte ad Allegri?

Anni meravigliosi (tranne, per alcuni, l’ultimo periodo) racchiusi in un album di ricordi o l’incipit di un nuovo (con)vincente capitolo della nostra storia calcistica?

“Anni bucati e distratti, noi vittime di noi”.

Eterna incompiuta, intrappolata nell’ossessione europea e nella psicosi del fallimento, la squadra di Allegri è stata tacciata di difensivismo, alla ricerca della “halma” strutturazione del gioco, a cui si attribuivano inedia e poca inventiva nello sviluppo delle azioni. Una Juve che, con un risultato accettabile, “sedava” le gare, smorzava i ritmi, evitava il possesso palla protratto.

La nemesi di quanto ammirato in casa dell’Inter, col culmine del gol rapace di Higuain a coronamento di un’inedita ragnatela di passaggi. “Con Allegri non sarebbe mai accaduto!

Eppure la memoria vacilla, anche con Allegri, Emre Can segnò la rete del 2-0 contro il Chievo al termine di 29 passaggi in successione. Record rimasto nell’ombra, offuscato dalla nomea del gioco scarno e poco spettacolare. Il doppio confronto con l’Atletico fu la quintessenza del bipolarismo bianconero, con una Juve a due facce, all’andata spaurita e arrendevole nella sua sterilità, di fronte ad una rivale ancor più  concreta e solida, ma più intensa ed aggressivo. Il ritorno perfetto, una delle gare migliori dell’era Allegri, fu considerata un episodio isolato; un insperato ribaltamento scaturito più per le doti eccezionali di Ronaldo, che non per la visione tattica e camaleontica dell’allenatore.

Una verve di spregiudicatezza e voglia di osare che fu pavida scintilla di ciò che ammiriamo con Sarri.

“Anni di amori violenti, litigando per le vie”

L’entusiasmo di Dybala ed il clima goliardico ma convinto del post-Inter, restituiscono una sorta di liberazione catartica da ciò che costituiva una gabbia mentale, soprattutto per la Joya. Che Dybala si sentisse soffocato da un’idea di calcio troppo costrittiva, che gli imponesse di rientrare a coprire, più che spaziare tra centrocampo ed attacco e destreggiarsi di creatività tra le trame avversarie, era lapalissiano.

Dybala era l’emblema della difficoltà con cui i fantasisti si adeguavano al –segna e copri– di Allegri, alla praticità finalizzata alla conquista del risultato, unico obiettivo da perseguire. Filosofia che ci ha portato ad essere cinici, lucidi, senza fronzoli ed a collezionare trofei spuntandola sugli altri, Sarri in primis,

“Anni allegri e depressi di follia e lucidità”.

Non si può costruire un grattacielo e nemmeno un palazzo di venti piani (cit.) senza avere stabili e razionali fondamenta, su cui delineare una rinnovata architettura calcistica. Ed anche se Allegri non abita più alla Juve, la sua presenza è insita in quella essenzialità e linearità di schemi, su cui Sarri potrà erigere il suo modello virtuosistico di gioco barocco.

di Sonia Dafne