Cosa pensare del quinquennio di Allegri

di Kene Onwuakpa |

Come saprete ormai tutti, è arrivata da poco l’ufficialità dell’addio di Massimiliano Allegri alla Juventus al termine della stagione: una notizia che ha messo fine alle indiscrezioni delle ultime settimane e suscitato miste reazioni tra la tifoseria.

Ci sarà sicuramente tempo e modo per celebrarlo correttamente (perché, nonostante tutto, Allegri è stato uno degli allenatori più vincenti nella storia della Juventus), ma intanto è possibile tracciare un rapido bilancio generale del suo quinquennio in bianconero: quanto segue è la mia personale opinione sul tecnico livornese – che ho apprezzato e detestato – dal 2014 ad oggi.

Il ciclo del livornese a Torino si può suddividere in due netti archi temporali: a.C. e d.C. (avanti e dopo Cardiff). Il primo triennio è stato eccellente: partendo da una base solidissima (la BBC), Allegri ha saputo dare continuità ai risultati di Conte in Serie A, lavorando sulla capacità di adattamento della squadra in funzione dell’avversario, nonché la gestione dei momenti.

Dal punto di vista tattico è stato uno stratega “ad hoc”: Allegri è arrivato alla Juventus con l’epiteto di anti-dogmatico, promotore di una proposta di calcio volta a minimizzare i rischi in fase di possesso (un possesso a due tocchi, la circolazione spesso orizzontale del pallone) e a garantire sempre sia equilibrio che compattezza in fase di non possesso, puntando soprattutto sulla fisicità a centrocampo e l’abilità cognitiva dei talenti offensivi nell’interpretare le situazioni di gioco sulla trequarti avversaria in assenza di automatismi o giocate preordinate. Se dal punto di vista estetico questo modo di giocare non ruba l’occhio e nel peggiore dei casi è orrendo da vedere, tutto sommato è stato quasi sempre efficace per ottenere i risultati sperati, soprattutto in campionato.

Oltre alla bravura nel preparare gare importanti contro squadre di livello superiore in Champions League (il quarto di finale col Barça nel 2017 rimane un autentico capolavoro tattico), il suo punto di forza è stato il riuscire a risolvere spesso situazioni complesse: basti pensare allo Scudetto vinto in rimonta nel 2015/16 dopo una partenza disastrosa, o il 4-2-3-1/3-4-3 utilizzato nella seconda parte della stagione successiva per rimediare alla cessione di Pogba ed il lungo stop di Marchisio, due giocatori-chiave nella sua concezione del centrocampo a tre.

Se prima di Cardiff ha avuto maggiore risalto l’Allegri allenatore, con un rendimento da “top” in Europa, dopo la finale persa (ed il rinnovo) è emerso con ferocia l‘Allegri personaggio, ed è esattamente questo che – da tifoso – ho detestato negli ultimi due anni: probabilmente perché imbeccato dai media sul dualismo con Sarri – quindi la stucchevole contrapposizione ideologica tra estetismo e risultatismo -, e forse perché non elogiato come avrebbe voluto in Italia (anche se va detto che all’estero gode di grandissimo credito), Allegri ha iniziato a veicolare una comunicazione tossica e contradditoria, con un linguaggio da bar di paese.

Un altro fattore che ha innescato questo atteggiamento è stata la gestione strettamente tecnica della rosa: pur vincendo, negli ultimi due anni la squadra ha palesato diversi problemi strutturali (la resistenza al pressing avversario, scarsa organizzazione nel pressing alto, l’eccessiva dipendenza dai cross per rifinire le azioni) ed è stata altalenante nell’esprimersi al meglio; insomma, tra l’essere poco acclamato – sua discutibile convinzione dato che la maggioranza dei suoi colleghi lo ha votato in 3 delle ultime 4 edizioni della “Panchina d’oro” – e l’essere criticato (sia in maniera costruttiva che non) pur vincendo, Allegri ha cercato di difendersi in pubblico, ma il più delle volte è partito per la tangente mostrando forti incapacità espressive (o, se volete, una certa furbizia nel glissare alcune tematiche).

Personalmente, credo che la separazione consensuale sia giusta: è evidente la divergenza di opinioni tra i vertici della Juve e ad oggi Allegri non dà garanzie di miglioramento strettamente tecnico con questa rosa, almeno non a chi scrive; sarà quindi interessante capire e vedere l’operato del suo sostituto per riuscire ad inquadrare bene il valore reale della sua gestione.

Al netto del mercato, mi piacerebbe che la squadra del prossimo anno riuscisse a trovare coraggio e costante fiducia nei propri mezzi, e che i giocatori più forti e tecnici venissero messi nelle migliori condizioni per rendere.


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