Cosa nascondono i quattro gol al Genoa

di Luca Momblano |

Juventus-Genoa era la partita fantasma, inevitabile l’onda lunga di quanto fatto anche a Barcellona. Juventus-Genoa era la partita-scudetto, e che l’onda lunga non avesse travolto Allegri lo si poteva comprendere ascoltandolo ai microfoni dopo il Camp Nou. Vanno ripescate, quelle interviste. Riviste a distanza di cinque giorni valgono un 4-0 in campionato.

Insomma, c’è uno spudorata dote che Allegri serve fredda come la vendetta più feroce: farsi dare ragione a posteriori. Subito dopo, come dopo i due quarti di Champions; a lungo termine, la Juve di gennaio 2016 e adesso la Juve di marzo (con ragione ad aprile) 2017; oppure, appunto, quando parla e non si capisce dove vada a parare. Su quest’ultimo punto credo ne sappiano qualcosa di più gli stessi calciatori, da Pjanic che fa ormai il centrale basso senza sapere di fare ciò che non vorrebbe fare (godendone) a Barzagli che finisce terzino con una pacca sulla spalla mentre tira i lacci dei pantaloncini nel tunnel.

Questo Juventus-Genoa consegna dunque il sesto scudetto consecutivo ai bianconeri. Tre di Conte, tre di Allegri, che anche questa volta, oggi non si sa esattamente come, annuncia il titolo alla sua maniera. Il calendario della Roma non conta più niente, depotenziati in un solo colpo (non si esattamente neanche perché, a oggi non è dato sapere ma il bello sta proprio qui) il friday night di Bergamo e un derby-zecca dentro i sei giorni delle semifinali europee. La squadra ne godrà, di questo spirito. Ne è convinto il mister, che usò una strategia comunicativa simile appena prima della doppia trasferta in una Napoli che si era preparata a fare la parte del mostro nel momento più delicato dell’anno.

Consegna anche altro, la partita, e si va oltre il tecnico. Consegna volti e abbracci, li consegna ai gol. Da Marchisio a cui si riesce a strappare un sorriso a Dybala che con l’anca guarda da una parte e con il piede infila dall’altra, dedicandosi poi alla Sud con tanto di maschera e contratto, per la prima volta insieme; da Mandzukic che torna al gol e nessuno capisce comunque quanto sia liberatorio e ripagante per lui, ultimo dei cavernicoli senza apparenti emozioni, nessuno tranne coloro che fanno il campo per abbracciarlo; chi ti abbraccia ha un senso, e vale anche per Bonucci che sentiva il gol nel sangue, perché per primo c’è un Higuain mai così sereno nel lasciare la scena. Anche il Pipita ha capito che qui è tutto vero. Che lo Scudetto ha una forma fatta di sostanza, primo di tanti magnifici dettagli a seguire. Dovunque porteranno gli altri sentieri stagionali.