Cosa ci lascia il West Ham: ritmo, coerenza, giravolte e due fasce grandi così

di Luca Momblano |

Ho visto soltanto un allenatore nella mia vita fare le telecronaca della propria partita dalla panchina. Si chiamava (perché praticamente l’allenatore non lo fa più) Beppe Bergomi, allenava le giovanili dell’Accademia Inter e invece che dare indicazioni gridava cose come: “Traversa!”, “La passa bene…”, “Che uscita!” eccetera eccetera. Ed effettivamente quando è così, forse devi davvero cambiare mestiere.

 

Però c’è un però: andando in cronaca, se non hai indicazioni precise e non hai bisogno di accontentare un’audience che di per sé è già matura a sufficienza, ci si accorge almeno di un fattore chiave soprattutto ad agosto. Il ritmo-partita. La Betway Cup di Stratford, a ovest della city londinese, l’ho vissuta cos’ (ma da Torino). 50 minuti di alto voltaggio, Juve autoritaria come me la chiedevo tra me e me anche se non padrona. L’ultimo aggettivo, per come lo conosciamo, non è il diktat assoluto di Allegri. Gamba, tanta gamba, voglia di farli e vincerli i contrasti decisivi. Per il resto, usare gli strappi e la testa. Che sono la massima sintesi della qualità quando il verbo non è gestire. Quindi bene. Bene bene. Così come la linearità della proposta di gioco. Se uno o più esperimenti vanno fatti, vanno protratti. In questo caso, lo scheletro intorno a Pjanic e la stessa posizione del bosniaco. Anzi, la mansione prima ancora che la posizione. Sufficienza stiracchiata, ma non è un malvedere come fu in quella posizione il tentativo (sfortunato anche poi per l’infortunio) operato con Khedira praticamente 12 mesi fa.

 

Ecco, Allegri è pagato per pensare, provare e decidere. Alla Juve uno più non deve fare undici. Deve fare almeno tredici. Le somme pure sono quelle di Roma e Napoli all’inizio della stagione passata. Il mister è infine anche pagato per giudicare. Per far funzionare. Per farli sorridere anche se totalmente sudati. Alle grandi vittorie si arriva così. Giusti al punto giusto. Giocatori appagati e fatti esprimere al meglio. Non successe con Morata, ma quella è una vecchia storia. Se non ora, presto, toccherà a Pjaca. In venti minuti tocca sei palloni pieni di vitalità, imprevedibilità e forza. Un bell’assortimento, non c’è che dire. Sta bene, è un treno, è massiccio. Ha personalità anche se il West Ham non è il Chelsea. In allenamento ha balenato 2 o 3 volte Benatia bruciandolo. Sul croato lavoriamo per il contesto e siamo a posto, almeno per questo primo anno insieme.

 

Infine le corsie esterne. Vero che un’amichevole vale spesso un bastone e una carota o poco più. Vero che gli inglesi, forse il West Ham il top tra tutti, sono i migliori contro cui fare i garibaldini. Ma ci sono  due laterali bassi brasiliani, che la stoppano sempre così, che fanno tiro a segno nei cross con la sigaretta in bocca. Così diversi e così uguali. Così esotici. Così incalzanti. Ecco, li si sognava da quando si era bambini. Alves e Sandro, se le suggestioni vivono di erba naturale e tanto darà davvero tanto, allora qualcosa di ulteriormente impressionante è lì per venire. A tre, quattro, a cinque, a sei, non importa. Non sono attaccanti, non lo saranno, non cadremo nel tranello. Ed è proprio questo il bello…

 

PS. nella prossima puntata ci dedicheremo alle palle alte.