Coppa Italia ’90 – L’anno dei mondiali, delle notti magiche

di Nevio Capella |

zoff coppa italia

La finale numero 70 di Coppa Italia che andrà in scena mercoledì sera allo stadio Olimpico di Roma vedrà per la quinta volta le due squadre italiane più titolate, Juventus e Milan, contendersi il trofeo.
I precedenti dicono che sono state tre le affermazioni juventine contro una sola del Milan: nel dettaglio, i bianconeri conquistarono la coppa nella prima occasione che risale addirittura al tempo di guerra, precisamente stagione 1941-42, grazie a una netta vittoria per 4-1 nella partita di ritorno in casa dopo il pareggio 1-1 dell’andata, mentre trentuno anni dopo fu il Milan a prevalere in una finale unica disputata a Roma e vinta ai calci di rigore, dopo un combattuto 1-1 nei tempi regolamentari.
Più recenti invece gli ultimi due incontri con altrettante vittorie della Vecchia Signora, nel 1990 in finale doppia e due stagioni fa in una partita secca decisa da Morata a 11 minuti dai calci di rigore.

Esaurita la dovuta premessa statistica, è la finale del 1990 quella che merita un approfondimento per l’importanza che ebbe quel trofeo in casa Juve ma anche per le storie parallele che accompagnarono tutto quel periodo, culminato qualche mese dopo con i Mondiali di calcio italiani.
Credo di poter affermare senza timore di smentita che qualsiasi tifoso appartenente alla generazione che è stata bambina o adolescente in quegli anni, conservi un posto speciale nel suo cuore per quella Juventus così ordinaria, così priva di nomi altisonanti o di calciatori di talento superiore come invece è stata quasi abitudine costante della sua storia, un gruppo che fu capace di cementarsi con il passare dei mesi e con l’alternarsi delle notizie che riguardavano il futuro dell’allenatore e dell’intero quadro dirigenziale, e portare a termine un’annata tra le più belle e vincenti di un periodo invero assai interlocutorio.

Erano anni in cui la Juventus non riusciva a venir fuori dal tunnel in cui era entrata con la fisiologica fine del ciclo straordinariamente vincente di Trapattoni in panchina e una dozzina di meravigliosi alfieri in campo, e tra vari addii più o meno previsti, il presidente Boniperti non era stato in grado di garantire il giusto ricambio generazionale, sia dal punto di vista della guida tecnica che da quello dei giocatori scelti per riprendere il cammino.
Dopo un paio di campionati decisamente mediocri con Rino Marchesi in panchina, si decise di chiamare al timone di Madama proprio uno degli immortali protagonisti di campo, Dino Zoff, affiancato su insistenti pressioni dal Presidentissimo da Gaetano Scirea che aveva lasciato il calcio giocato qualche mese prima.
Se il primo anno fu di assestamento con alcuni acquisti che dovevano essere il fiore all’occhiello del mercato estivo e invece si rivelarono ancora una volta deludenti (su tutti il russo Zavarov), la seconda stagione iniziò con diversi giovani pescati in provincia e la voglia di tornare a competere realmente ad alti livelli, velleità immediatamente turbate però il 3 settembre 1989 dalla prematura morte di Scirea, in missione in Polonia a visionare una squadra di livello semi dilettantistico che il sorteggio del primo turno di Coppa UEFA aveva dato in sorte ai bianconeri.

Quell’immane tragedia per tutto il mondo juventino fu allo stesso tempo una mazzata tremenda ma anche uno stimolo per trovare la forza di compattarsi, mettersi in marcia e disputare una stagione che rendesse omaggio alla memoria del grande Capitano e così, mentre in campionato i risultati continuavano ad essere altalenanti e a susseguirsi senza un apparente filo logico, tra vittorie contro squadre forti e blasonate e inaspettati stop con le matricole, la squadra di Zoff prese la strada giusta nelle due coppe, quella europea e soprattutto quella nazionale per la quale quell’anno era stata studiata una formula inedita che prevedeva i primi due turni a eliminazione diretta, seguiti poi dalla disputa di quattro gironi le cui vincenti poi avrebbero giocato semifinali e finale, entrambe con gare di andata e ritorno.

La Juventus superò nell’ordine il Cagliari, il Taranto nei turni preliminari, la Sampdoria e il Pescara nel girone, e la Roma in un’appassionante semifinale fino ad arrivare alla finalissima contro il Milan di Arrigo Sacchi ma soprattutto di Silvio Berlusconi, il cui recente approdo nel mondo del calcio rappresentava uno dei motivi per i quali la Juve non era riuscita a venir fuori dal suo “impasse”, soprattutto a causa del nuovo modo di fare mercato che l’ingente dote finanziaria dell’imprenditore milanese aveva imposto a tutto il sistema calcio italiano.

Quello rossonero era lo squadrone dei tre olandesi capace di concludere nelle due stagioni precedenti il primo dei suoi due filotti dallo scudetto alla coppa Intercontinentale, e quell’anno puntava addirittura al cosiddetto “Grande Slam”, cioè la vittoria di tutte le competizioni a cui partecipava, ma nonostante la rosa di grandezza sterminata, soprattutto per quei tempi, il peso della volata finale su tutti i fronti si fece sentire e mentre in campionato il Napoli di Maradona preparava il sorpasso complice una clamorosa sconfitta per 3-0 dei rossoneri proprio contro la Juve, la finale di andata di coppa disputata a fine febbraio a Torino terminò a reti bianche rimandando qualsiasi esito possibile al ritorno del 25 Aprile, in un San Siro appena rinnovato e tirato a lucido con l’inaugurazione del terzo anello in vista dei campionati del Mondo.

La Juventus si presentò con uno schieramento che i numeri di oggi definirebbero 4-4-2 che vedeva il  veterano capitan Tacconi a difendere la porta, gli arcigni Pasquale Bruno e Dario Bonetti come difensori centrali, Nicolo Napoli, onesto terzino dai piedi discreti, in fascia destra, e Gigi De Agostini, duttile calciatore bravo a ricoprire sempre con grande applicazione diversi ruoli in mezzo al campo, sull’opposta sinistra.
A centrocampo agiva la mediana composta dal siciliano Roberto Galia, altro giocatore molto versatile e perfetto elogio del gregario, e dal russo Sergej Alejnikov che aveva usato tutto il fosforo e l’intelligenza tattica a sua disposizione per compensare la delusione lasciata nei tifosi dal suo connazionale Zavarov (finito progressivamente ai margini del progetto), mentre il compito di creare qualcosa tra la fascia e la trequarti era affidato al piccolo portoghese Rui Barros e a Giancarlo Marocchi.
Infine i due “punteros” che quell’anno si caricarono letteralmente la squadra sulle spalle, Pierluigi Casiraghi giovane speranza brianzola del calcio italiano e soprattutto Salvatore Schillaci, un rapido attaccante dallo spiccato fiuto del gol che la Juve pescò nei meandri della Serie B, precisamente dal Messina in cui si era messo in luce con un paio di stagioni assai prolifiche.

La Juventus disputò sin dai primi minuti una partita intelligente e umile, sapendo di avere di fronte avversari più forti ma anche di poter indirizzare il trofeo verso Torino con un gol, in virtù dello 0-0 dell’andata, e così la prima mezz’ora fu quasi dominata dai bianconeri che al minuto 17 passarono, sfruttando un’intuizione di Marocchi che, raccolta la palla da un fallo laterale battuto da De Agostini, indirizzò improvvisamente nel cuore di una difesa milanista abbastanza mal posizionata, un pallone maligno apparentemente destinato a Rui Barros anticipato però da un fulmineo taglio del compagno di squadra Galia che aveva capito tutto, e una volta trovatosi da solo davanti a Galli, lo freddò con un preciso diagonale.

Il Milan rimase stordito tanto da non riuscire a creare granché fino a metà ripresa quando qualche estemporanea occasione da gol fu comunque controllata senza grosse preoccupazioni dalla nostra retroguardia e da un paio di plastiche parate di Stefano Tacconi.

Si arrivò così al fischio finale tra i cori e il tripudio di un’intera curva occupata dai tifosi juventini, e Dino Zoff portato in trionfo da un gruppo di calciatori che proprio non voleva saperne di dover rinunciare al proprio mister, nonostante quelle che erano semplici voci invernali fossero divenute ormai certezze, e all’orizzonte si profilasse un clamoroso ribaltone destinato non solo a non risparmiare nessuno, ma purtroppo anche a rivelarsi, 12 mesi più tardi, un fragoroso flop che costò alla Juventus l’estromissione dalle coppe europee, dopo 37 anni consecutivi di partecipazioni.

Per sostituire Zoff, nonostante i due prestigiosi trofei portati a casa, era stato scelto Gigi Maifredi, nuova icona del (presunto) calcio champagne introdotto proprio da Arrigo Sacchi e il suo Milan ma che in realtà, nel caso dell’allenatore bresciano, era stato rappresentato da una dozzina di partite disputate dal suo Bologna ad un livello spettacolare lievemente più alto degli standard del tempo e niente più; contemporaneamente, su volere preciso di Gianni Agnelli come accaduto per il cambio tecnico, si profilava una netta rivoluzione anche dietro la scrivanie dove era ormai in divenire un avvicendamento storico, con l’avvento di uno degli uomini di maggiore fiducia dell’Avvocato, Luca di Montezemolo, a cui bastò un solo anno con tutte le negatività ad esso relative, per mostrarsi poco adeguato al mandato che gli era stato incautamente affidato, ma quello è un altro capitolo della nostra storia.

Resta indimenticabile il ricordo di quel pomeriggio milanese in cui oltre ad aver stravolto i piani di conquista di una nostra rivale storica, oltre ad aver di nuovo alzato la voce dopo un paio di stagioni veramente imbarazzanti, tutti noi assaporammo nuovamente il gusto della vittoria reso ancora più buono dalla consapevolezza di non essere i più forti come in passato,  e il ritrovato orgoglio per farci spazio e riprendere il posto di nostra competenza.
Il mondiale delle “notti magiche” ci avrebbe poi regalato altri momenti bellissimi, in un’epoca in cui la nazionale aveva ancora quella sorta di potere magico con cui azzerava a fine campionato le più calde rivalità tra club e univa tutti sotto un’unica bandiera, fosse anche per un solo mese.
Sì, espugnare San Siro mettendo sotto il Milan dei potenti con Galia, Napoli e Schillaci e dedicare quella coppa a Gaetano fu veramente bellissimo.