Antonio Conte lo conosciamo bene

di Luca Momblano |

Lui secondo non arriva”. Lui è Antonio Conte. Poi c’è lei, la realtà che è poi la definizione di sport, colei che ti dice che puoi anche arrivare secondo. O terzo. O decimo. O, qualche volta, neanche arrivare. E qui subentra il terzo incomodo: la gestione della paura di non farcela. La frustrazione della mancata vittoria. O, peggio ancora, la frustrazione di fronte all’idea della mancata vittoria.

Conte è adesso l’allenatore dell’Inter. Nessuno conosce la posizione finale del suo primo campionato sulla panchina nerazzurra. Nessuno sa se in Champions verranno agguantati gli ottavi di finale o se sarà Europa League e se sarà una Caporetto. Conte è (era) un grande allenatore, è (era) un magnifico motivatore, è (era) un perfetto catalizzatore. I punti in classifica in campionato dopo undici giornate da anti-Juve, i primi tempi del Camp Nou e di Dortmund fanno parte delle tante piccole imprese di cui è capace insieme alle sue truppe. Ma delle pacche sulle spalle e dei complimenti gli allenatori come Conte se ne fanno davvero poco. Non sono neppure un motivo di stimolo. Anzi. E quindi c’è un piccolo grande psicodramma da gestire. Per lui e per chi gli gravita intorno.

Vi dirò, Conte è persino una delle persone più sincere del circuito. Il che però non lo rende migliore o peggiore di un qualsiasi bugiardo cronico che sappia guardare anche all’interesse comune. Intendo dire: Conte è sincero, ma lo è con se stesso e per se stesso. Ed essere sinceri nell’esprimere un proprio pensiero o un proprio sentimento non ti mette automaticamente dalla parte della ragione. Non significa assolutamente che tu abbia ragione. Tantomeno che tu stia facendo la cosa giusta. Ma Conte, per Conte, ha sempre ragione. Anche quando “gli si chiude la vena” – come dicono i suoi amici – e sviscera tutto ciò che, dal suo punto di vista, si tiene dentro. Cose che riguardano la sfera professionale, dove la capacità di autocontrollo alla lunga fa la differenza nella gestione dei rapporti aziendali. Il punto è che questa sfera professionale per Conte tende spesso a coincidere con la sfera personale. E il divano privato e il megafono pubblico diventano la stessa cosa. E il bianco diventa nero. E il perché di certe uscite non lo capisce nessuno.

Qui scatta il corto circuito. Alla Juventus Conte ha fatto un capolavoro, ha acceso un motore spento, ha infilato una strada che non era stata ancora costruita, ci ha messo la segnaletica ed è arrivato fino in fondo, fin dove dal suo punto di vista poteva, fin quando probabilmente ha temuto di poter arrivare secondo. Ma non lo ha fatto da solo. Che la società Juventus abbia a sua volta fatto un capolavoro con lui, a posteriori, e non perché oggi sia così interessante guardare in casa Inter, è il dato che il cuore non ci aveva permesso di vedere. Siamo più lucidi grazie a tutti coloro che sono venuti dopo. E crediamo, nel nostro piccolo, anche noi di poter essere sinceri. Antonio Conte non sarà mai un allenatore normale, sarà sempre uno dei migliori. Anche quando viene ribaltato in Champions League o getta all’aria un’Europa League che poteva avere un senso preciso o non tira in porta contro la Germania o becca la stagione anonima dopo aver stupito contro Klopp e Guardiola. Lui però non lo accetta. Lui ha dato tutto, che a volte – siamo umani – non è abbastanza.

Questo è ciò che lo ridimensiona, più ancora degli aspetti lagnosi e colpevolisti della vicenda. Oltre al fatto di dimenticarsi che nel calcio, quel calcio che lui conosce così bene, l’allenatore è la figura che nel bello e nel brutto tempo di un dopopartita dei tanti ci mette la faccia anche per gli altri. L’allenatore, per come procede il sistema, rappresenta più di ogni altro il mondo squadra. Quelli che lavorano con lui, quelli che lavorano per lui, quelli che corrono per lui, quelli che tifano per lui. Ecco perché in tanti, da queste parti, non hanno dimenticato il primo giorno insieme. Ma ancora di meno l’ultimo.


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