Conte è il passato: ora lo sappiamo tutti

di Mauro Bortone |

La gioia della conquista dell’ennesima finale di Coppa Italia, condita dall’eliminazione ai danni dell’Inter, convive in queste ore con il dibattito acceso sul diverbio tutt’altro che oxfordiano consumatosi a distanza tra il presidente Andrea Agnelli e Antonio Conte nel fine gara.

Se fosse stato uno scontro Ibra-Lukaku si sarebbe subito chiarito che “sono cose di campo”, premettendo ovviamente che Ibra “non è razzista” e Lukaku “un bravo ragazzo”. Ma di mezzo c’è la Juventus e quella rivalità esacerbatasi negli anni, per cui tutto finisce sotto i fari, tanto che di colpo la partita sparisce e prendono spazio i veleni, con la moviola sui labiali, le ricostruzioni più o meno attendibili, gli scambi di accuse e l’indignazione a corrente alternata.

Ma di tutto questo e dell’ennesima petizione sulla rimozione della stella di Conte dallo Stadium qui non parlo, perché l’intenzione è quella di analizzare ciò che, in fondo, anche la partita di ieri ci ha detto oltre il diverbio, il dito medio, l’appello al rispetto e al netto di chi sente di voler parteggiare in maniera chiara per l’uno o per l’altro.

C’è una considerazione da cui parto. Era il giugno 2019 quando inviai una riflessione alla redazione di Juventibus su Conte appena seduto sulla panchina dell’Inter. Da salentino e juventino, avevo seguito con partecipazione tutte le sue gesta da calciatore e mi ero incuriosito al suo percorso di allenatore. Ero, insomma, un suo fan dichiarato. In quell’articolo, in cui nella sostanza esprimevo contrarietà alla rimozione della stella, scrivevo: “Da simpatizzante di Conte ho sperato che un giorno potesse tornare sulla panchina bianconera, ma da tifoso juventino ho subito pensato che la sua storia con la società si fosse definitivamente chiusa lì: Torino resterà sempre casa sua, la Juve probabilmente non più”.

A distanza di quasi due anni e, nonostante una lunga narrativa sul “Conte nerazzurro”, nel mondo Juve è sempre restata latente una cerchia, tutt’altro che ristretta, di innamorati o reduci di una figura ritenuta simbolo della storia bianconera. Perché di Conte si conoscono tutti i pregi: sotto il profilo del lavoro, della mentalità e dell’applicazione, tratti che il professionista ha sempre offerto e assicurato. Ma nel tempo si tende a rimuovere i difetti, che si evidenziano quando li si può osservare con maggiore neutralità.

Personalmente ho iniziato a pensare che il Conte allenatore, soprattutto dopo l’esperienza in Inghilterra, si sia involuto: e non perché sia andato all’Inter (la battuta sarebbe fin troppo facile e scontata), ma perché continua ad essere esattamente lo stesso, sia caratterialmente che tecnicamente, da quando si è seduto per la prima volta sulla panchina dell’Arezzo, del Bari, dell’Atalanta o della Juve.

Tralasciando le campagne europee, le cocenti eliminazioni in Champions collezionate e la finale di Europa League (persa peraltro con un avversario sulla carta più debole) su cui il dibattito è divisivo, l’allenatore salentino è ancora un tecnico umorale, che continua a prediligere agonismo, fisicità e intensità alla tecnica salvo poi contrariarsi quando gli si contesta un gioco “meccanico” e poco spettacolare, in cui tutta la manovra (per stare sull’attualità) si poggia sull’asse di destra nella ricerca costante di scambi ripetuti tra Lukaku-Barella-Hakimi senza la capacità di proporre uno “spartito” alternativo alla specialità della casa.

Poi ovviamente c’è la storia, ormai nota, su cui tanto si è scritto e detto. Quella, cioè, di un tecnico che ha riportato la Juve in alto ma con una società che lo ha sostenuto e supportato rendendolo grande, proteggendolo e difendendolo anche nei momenti più complicati di quel triennio e che poi, al secondo giorno del ritiro, nel luglio 2014 e dopo aver criticato il “ristorante da 10 euro” dove si era seduto, abbandonava la nave tentando poi per anni di ritornare a bordo. Allora sembrò che tutto si sfaldasse e invece la Juve è sopravvissuta al suo ego ed ha continuato a vincere. Proprio questo, più di tutto, invece, Conte ha faticato ad accettare, al punto da accettare la strada più impopolare, quella di sedersi sulla panchina di chi ha messo in dubbio per anni successi e vittorie, anche e soprattutto le sue.

La scena di ieri ha reso evidente come l’eccentricità del salentino e la sua elettricità emotiva non sarebbero state funzionali alla crescita di questa Juve, che nel tempo è mutata, sta cercando di cambiare passo, andando oltre quella che lui aveva contribuito a costruire e rendere solida. E se forse molti innamorati di Conte sono rimasti feriti più dalla sua reazione e dalle parole spese davanti alle telecamere, che hanno segnato probabilmente la fine di una storia trascinata sull’onda dei ricordi, a determinare la resa più di ogni cosa forse è stato proprio il campo, dove si è visto un allenatore reiterare costantemente le proprie ossessioni come principi e una squadra, costruita a sua immagine, che quando si è trattato di dover fare la partita è stata disinnescata nella sua potenza offensiva da un’avversaria, che l’ha eliminata facendo turnover tra andata e ritorno. 

La morale è che chi è incapace di evolversi e crescere andando oltre i propri difetti e imparando dagli errori, rappresenta il passato. Agnelli lo aveva capito da tempo. Ora, però, lo sappiamo tutti. E il cerchio stavolta si è definitivamente chiuso.