Amori e confessioni di Fabio Paratici

di Luca Momblano |

Walter Veltroni intervista Fabio Paratici: a ognuno il proprio mestiere. Per il primo è il conclamato ritorno al primo amore – il giornalismo, l’emulazione dei grandi del mestiere, scrivere soltanto quando si ha davvero qualcosa da dire, o da far dire – per il secondo invece siamo all’affermazione dell’amore adulto, un innamorato del calcio giocato che sognava di fare il calciatore (e l’ha fatto) ma, per arrivare alle prime pagine, ha dovuto evolversi restando perfettamente dentro l’amore platonico che scaturisce nella stragrande maggioranza dei bambini italiani: l’amore assoluto per il calcio. Un amore astratto che per Paratici diventa un fidanzamento con la Vecchia Signora grazie a Beppe Marotta e poi, adesso, una passione matura. Siamo al matrimonio, alle parole dopo le nozze – ebbre e piuttosto sincere – e il primo figlio maschio ha portato il nome di Cristiano. E chissà se i due di cui sopra si invidiano l’un l’altro, di certo privilegiati perché fanno i lavori più gettonati tra i liceali nei sondaggi.

Si parte citando Jack Lemmon (le nevrosi dei suoi personaggi hollywoodiani) e gli agenti sotto copertura (in letteratura uomini asettici, abili, dai mille volti, scrupolosi e diffidenti). Ai giornalisti piacciono paragoni e metafore, “mi aspetto questo, invece mi trovo ques’altro”. La prima immagine che ne esce di Paratici sta esattamente in mezzo ai due estremi, molto più vicina all’ordinaria quotidianità: un uomo che per l’entusiasmo è anche un po’ bambino, malato di calcio (testuale, totalmente analogico) al quale può anche scappare qualcosa ma che ha la marcia sempre inserita da quando iniziò il mestiere a trent’anni. I foglietti rendono splendidamente l’idea. Molto novecentesca come immagine. Molto del calcio che è aggiornamento e sensibilità, vedere e intravedere, capire e quindi agire.

E quindi – questo è il lato verace che ci piace – se questa volta non scappano i foglietti dalle tasche, scappano nonostante tutto a Paratici le cose di calcio giocato: “quel fenomeno di Cancelo” (lo pensa da tre anni, ma i report lo fissavano come quarto di centrocampo), “Ramsey ha più tecnica delle nostre mezzali, da ultimo passaggio” (lo sta spostando avanti? Non è che farà l’ala? Perché se gioca dietro le punte… ecco, un Perrotta non ci basta), “Nei prossimi 35 anni non vedrò un calciatore bravo come Pirlo” (chissà se ne vedremo uno migliore di Ronaldo e Messi…), “Kean è un grande centravanti, da Champions, lo vedrete per tanti anni” (dove dipende da Kean e non da Raiola, da Allegri o da chi gli succederà, sarà una scintilla a scrivere la sua carriera; in prestito ha già dato), “Cerco un altro Pirlo ma non c’è, forse De Jong che è andato al Barcellona”, “Tra gli italiani Chiesa, Tonali, Zaniolo e Barella” (ottima risposta per non fornire notizie, condivisibile, per quanto Barella sia in trattativa inoltrata con l’Inter e di questo me ne dispiaccio perché come scrissi qui non so se sia il più bravo ma, per come ragiona la Juve, è il più forte)

Pagheremmo tutti per avere una fotografia originale del volto di Paratici nel summit con Mendes e Branchini quando il manager di CR7 per la prima volta argomenta dell’eventuale trasferimento alla Juventus: “Te lo dico chiaro, Fabio: il giocatore vuole venire alla Juve. Se lo volete lui c’è”.

E da quella fotografia trarremmo l’idea definitiva, ed è bello che non sia tale già agli inizi di questa avventura, di che tipo sia davvero Paratici, nevrotico come Jack Lemmon, o burbero ma genuino come Walter Matthau, oppure indecifrabile come una spia russa. La faccia e il tono, mentre risponde: “Fammi pensare qualche giorno”. Ma Paratici alla Juve ha fatto il misterioso per otto anni, sapere tutto e subito toglierebbe empatia alla pellicola. Bello invece immaginarsi quella fatica, “Dio soltanto sa quanta”, per arrivare gara dopo gara, dalla prima di Delneri a Cardiff e poi oltre, “per arrivare alla pari della migliori d’Europa”. Il problema è che la gente vuole sapere, a costo di dimenticare.

Poi svela quanto si è letto anche (e soprattutto) su queste colonne: “Higuain comunque andrà via” (Marotta sapeva da Aprile, cessione lunga, condizioni così così, Gonzalo paga tecnicamente le tre gare contro il Real), “Parlavamo con Andrea e Pavel di programmazione” (è giugno, e Marotta dov’è? Sempre a Milano, da quel che si dice…), “Una opzione era comprare Icardi e scatenare un casino” (Maurito aveva inoltrato i contratti, questo risultava a fine maggio nei quartieri giusti di Torino), “Marotta mai stato contrario a Ronaldo” (i motivi della separazione più credibili sono quelli del ricambio e alcune mosse sul rinnovo di Khedira che non sono troppo piaciute), “Io e Beppe facciamo due lavori diversi” (potrebbe voler dire che Marotta all’Inter lavora monco, ma non il contrario perché Agnelli oggi è in prima linea), “Scelsi Quagliarella alla Samp, dal Chieti” (e poi alla Juve, dove invece Marotta sponsorizzò Matri sei mesi più tardi proprio per l’infortunio dell’ex-Udinese), “Dybala era difficile da comprare” (non per la concorrenza dell’Inter, ma per quello che avevi prima e quello che vuoi che accada dopo, cioè un’altra occasione in Champions, e pagandolo 10/15 milioni sopra la cifra del momento), “Llorente come Matri, spiace venderli per il valore umano, difficile dirglielo” (e Llorente lo aveva capito da solo, confidandolo ai compagni, il valore umano anche nell’intelligenza), “Vidal cessione più sofferta, come giocatore” (cheggiocatore Vidal, per il resto aveva rischiato la cessione un anno prima allo United che offriva più del Bayern, ma Conte e Paratici si misero di traverso).

Infine “Allegri resta”, “Dybala resta”.

Ci sono contratti, ci sono tutte le partite decisive da giocare. Non c’è altra riposta possibile. L’importante è essere convincenti e Paratici – che ha nel frattempo inquadrato meglio Veltroni come giornalista e non solo come tifoso Juve – ha fornito risposte convincenti quel che basta da qui a giugno. Anzi, da qui alla prossima voce di mercato. Bisognerebbe appuntarsele tutte, come fa lui, col mezzo sorriso di chi sa stare al gioco (quel sorriso che sfoggia quando l’intervistatore si congeda buttando lì l’ipotesi di un nuovo clamoroso colpo estivo), di chi sa stare al mondo senza la foga di essere a tutti i costi un personaggio. Nostro eroe e antieroe. Ancora più intriganti le sfide sul mercato internazionale, sempre più dure le sfide di mercato tra chi si occupa di queste futili cose che cambiano però a volte il modo di raccontare il calcio.