Come conciliare Juve e Napoli

di VittoAv |

Mio nonno Vittorio, di origini napoletane, era tifoso di Napoli e Juventus. Ricordo, a casa sua, il poster di Maradona, con la maglia ‘Mars’, e quello di Platini, targato ‘Ariston’. Nel 1990, per celebrare la precedente vittoria dell’Argentina ai Mondiali del 1986, gli regalai un mio disegno di Maradona che sollevava la Coppa del Mondo.

Come conciliare quelle che oggi appaiono come due fedi contrapposte? Eppure, fino a poco tempo fa, era non soltanto possibile, ma anche coerente.

Come spesso ricorda il presidente del club partenopeo, la storia giunge in soccorso, quando i dubbi si fanno più complessi; e complessa è anche la vicenda in sé, che ha radici storiche, geografiche e culturali, oltre che sportive.

Con l’Unità d’Italia (1861), i subentrati reggenti sabaudi mutarono la toponomastica della città di Napoli, sostituendo anche molti simboli borbonici (tra gli altri: l’attuale Corso Vittorio Emanuele, un tempo Corso Maria Teresa); persino la stessa annessione al Regno d’Italia sarebbe frutto di una controversia storica, tanto che l’attuale Piazza del Plebiscito dovrebbe il suo nome ad un presunto falso storico (il plebiscito, appunto). Il nome della più famosa pizza nel mondo deriva dall’omonima regina di Savoia.

Fin qui, direte, ok, ci può stare che siano un po’ incazzati. Ma sono fatti superati, i dati sono incerti…. E, invece, no, a quanto pare. C’è chi, al giorno d’oggi, ha (od ostenta) delle solide convinzioni e con quelle riesce ad influenzare i propri simili. Come il presidente partenopeo, ad esempio, o alcuni giornalisti tifosi.

La nascita dei due club avviene, fatalmente, proprio in quegli anni: prima, per quanto riguarda la Juventus, più tardi nel caso del Napoli. E ci sono aspetti forse poco noti od opportunamente tralasciati, nelle origini delle due società.

Il Napoli fu fondato dal titolare di una grande impresa tessile dell’epoca e mecenate del primo campo sportivo di proprietà privata del club, nonché di considerevoli investimenti che consentirono alla squadra di raggiungere rapidamente il calcio professionale. La Juventus fu creata da un gruppo di liceali e, soltanto dal 1923, divenne proprietà Agnelli (nel mentre, l’imprenditore svizzero secessionista che diede vita al Torino F.C. e la coppia formata da un ex terzino ed un critico letterario). Dal che deriva, intanto, che il Napoli, più della Juve, affonda le proprie radici in una tradizione industriale.

Inoltre, ogni epoca ha avuto episodi degni di memoria: tra il 1928 e il 1930, la FIGC ripescò il Napoli, retrocesso in entrambe le sue prime stagioni in Serie A, per consentirle di competere con le squadre settentrionali. Negli anni ’30 (l’armatore Achille Lauro presidente), il club passò dal terzo posto in campionato alla retrocessione, e avanti e indietro, fino agli anni ’50 ed all’acquisizione di giocatori del calibro di Sivori, Altafini e Zoff. Soltanto con l’avvento di Corrado Ferlaino – e siamo quindi già nel 1969 – il club si stabilizzò un po’ più a lungo in Serie A.

La Juventus, dopo essere passata dal primo titolo del 1905 allo spettro della retrocessione in Promozione, cominciò il primo ciclo vincente intorno agli anni ’20, ma non poté seriamente gareggiare con il Napoli almeno fino agli anni ‘60, in quanto impegnato in categorie inferiori. Quando, negli anni ’50-’60, la Juventus era già tra i primi club al mondo, il Napoli aveva davanti a sé un percorso alternato di risalita, che sarebbe terminato soltanto negli anni ‘70.

Da lì fino al primo scudetto (1987), il Napoli contese alla Juventus al massimo la Coppa Italia, che si aggiudicò in due edizioni, senza peraltro mai sfidare i bianconeri in finale, ed uno scudetto nel 1981. Ci fu motivo di attrito quando, nel 1975, Altafini passò alla Juventus e risolse la sfida di Torino con un suo gol (“core ‘ngrato”, vol. I). Curioso, al riguardo, come la precedente cessione di Dino Zoff non creò assolutamente lo stesso clamore, al pari dei successivi trasferimenti di Ferrara e Cannavaro, pur napoletani DOC. Fino a Quagliarella (vol. II) e, naturalmente, Higuain (vol. III-IV-V-LOTA), ma questi sono successi praticamente l’altro ieri.

Con l’acquisto di Maradona nel 1984, il Napoli contese un solo scudetto alla Juventus, per poi affrontare regolarmente il Milan di Sacchi e di Capello. Negli anni ’90, subì diverse retrocessioni e le due squadre, salvo qualche sporadico match privo di significato agonistico per l’evidente differenza dei valori in campo, non si contesero alcunché fino al campionato di Serie B del 2006/2007, in cui anche il Napoli venne promosso, questa volta stabilmente e con propositi ambiziosi. Questo è l’anno in cui, a mio avviso, avviene il reale cambiamento dell’ambiente napoletano nei confronti di quello juventino.

L’ambizione proclamata dall’attuale presidente partenopeo ha fomentato una folla di tifosi bisognosi di legittime affermazioni sportive, all’indirizzo della squadra che, con più facilità, poteva incarnare i rancori epocali dei cittadini napoletani: l’espressione del potere, per di più sabaudo. La Juventus come “rivale storica”, non in quanto regolarmente contendente i medesimi obiettivi, ma perché Savoia contro Borboni. Invasori contro invasi. Eppure, sarebbe lecito aspettarsi una strategia legata più al senso di appartenenza territoriale, piuttosto che ad un ulteriore simbolo di disgregazione, in un Paese in cui certamente non mancano i contrasti geografici e culturali e c’è bisogno di una parola di meno semmai, non una o due di più, specie se cariche di livore.

D’altra parte, visto che la Juventus viene ritenuta rivale “storica” pressoché da qualsiasi squadra del nostro campionato, con cui ha avuto ancora meno – per non dire nessuna – occasioni di scontrarsi sui medesimi obiettivi sportivi, pare che la contrapposizione venga creata ad arte. Si cercano miriadi di pretesti, persino i falli laterali invertiti.

Servirebbe un po’ di quell’ironia, tipicamente napoletana, nel valutare le situazioni. I rapporti tra i rispettivi schieramenti sarebbero più equilibrati, se le ricostruzioni venissero ricondotte alla realtà dei fatti, anziché strumentalizzate attraverso opinabili ricorsi storici o adoperate per enfatizzare i diffusi malumori sociali; perché questo nulla ha a che vedere con lo sport e, al contrario, agevola chi vuole governare attraverso la divisione e la contrapposizione dei propri simili.

Per esprimere il sentimento di cui parlo, vi lascio la testimonianza del mio amico Giorgio Formica che, da juventino sabaudo, vive da sempre il dualismo domestico con suo padre, napoletano borbonico: “Il derby in famiglia c’è tutto l’anno, almeno da un paio d’anni a questa parte. Si guarda la propria squadra e si gufa l’avversaria, con l’occhio complice di chi sa ma non dice per rispetto familiare. Ma questa è la settimana del meteo, della notizia di cronaca, dell’alta finanza, della futilità insomma: se ci si incontra si parla di tutto, fuorché di calcio. Venerdì è un giorno speciale, forse più per loro che per noi. Dopo sei scudetti e varie coccarde, potremmo anche far gioire qualcun altro: ma scucirsi il tricolore dalla casacca è sempre impresa ardua, specie nell’ultimo anno di Capitan Gigi. Per cui, Forza Juve: segna Higuain, alla Maradona, ma col gesso”.