Complessi da 45 minuti

di Vincenzo Ricchiuti |

 

 

 

Quarantacinque minuti di troppo, quelli della ripresa a Cardiff, sono bastati a creare problemi inutili. Elucubrazioni ardite quanto autolesioniste. Velleità alte quanto campate per aria. Un lettore ha scritto un pezzo, ospitato come da migliore tradizione giornalistica nella sezione del “Riceviamo e pubblichiamo”, sui complessi di superiorità del tifoso juventino. Juventibus ha dato spazio a questa opinione nella cassetta della posta e ha fatto bene. Riflette il sentire di alcuni. Ed è meglio farci i conti senza aspettare il primo pari nella prima amichevole estiva. Ci sono persone che non apprezzano più il mondo juventino tout court. Lo reputano datato. Al confine. Patetico. Ho letto addirittura nei commenti al pezzo suddetto che “vincere l’unica cosa che conta” è da sradicare. La juventinità che bene o male è ed è stata la nota comune di milioni di italiani di ogni dove accomunati da ben poco altro non è più la forza al progetto. Bensì la sua palla al piede. Vincere e basta, vincere per vincere, vincere senza spettacolo, consenso e divertimento non dovrebbe più essere la nostra vocazione. E’ stata la nostra storia. La nostra identità. Il nostro percorso. Più che altro il nostro di divertimento. Ora basta. Va cestinato tutto. E pure con una discreta vergogna. Il lettore ci ammonisce infatti. Chi di noi da bimbo era così arido da aver scelto la Juve solo perché vinceva, chi ? Io. Per esempio. Mi piaceva che vincesse. Scopro a distanza di un cinquantennio che avrei dovuto innamorarmi come i miei compagni della squadra ludica e poetica, il Toro del poeta Sala, dei gemelli del goal, del calcio all’olandese. Del meglio secondi che juventini. Io da arido la reputai una gran vaccata. Giurai a me stesso di 7 anni che mai nella vita avrei fatto parte di quel mondo. Mi sbagliavo, per i nuovi juventini fedeli al gioco e alla democrazia ho scelto male, per le ragioni meno nobili (e questo già me lo hanno detto gli anti per 30 anni) e soprattutto per le ragioni meno utili. Oggi Juve deve liberarsi di me e di quelli come me. Ci vogliono sostenitori giusti, ribelli ma ordinati, primi ma altruisti, vincenti ma non sempre. Bisogna scoprire, riscoprire o inventarselo se uno proprio non ce l’ha il gusto per lo spettacolo in sé. Il sostenitore liberato dal fardello bonipertiano e dalla storia di vergogne italiote che gli si accompagna sarà tassello efficiente e produttivo di un nuovo mondo Juve. Un sistema valoriale diverso. Che potrà finalmente andare in tv assieme alle repliche dell’Aston Villa e alla serie su Youtube dei cani che palleggian le mamme. Un montagnone di quattrini che arriveranno dalle tasche dei popoli come li definisce il lettore democratico e non razzista felicemente stupidotti, beatamente materialisti, consumatori di fuffa. Bevitori di aranciate direbbe Andreotti o di qualsiasi palla di calcio champagne gli ammocchino le grandi tv che di questa Juve fusa e felice sin dal basso dell’ultimo fan sarebbero immediati, grati propalatori.

Insomma. Io, tu vecchio palla al piede gobbo, tu io gobbo di merda come ti definì magnificamente Emilio Cambiaghi, ebbene tu obsoleto peto fino al confine che incomprensibilmente festeggi facendoli tuoi i successi di una società per azioni della quale non percepisci mogli e dividendi e lo fai a prescindere senza soffermarti sulla natura del successo, su come faccia schifo o peggio come faccia perdere soldi sempre alla società di cui sopra vincere senza malinconia. Tu, proprio io, noi siamo il problema. Quarantacinque minuti e son venuti i 5 minuti a questi. Che stavano a guardare. Quarantacinque minuti da morti di sonno col fiato andato e le caviglie in freezer e il dna deve cambiare. Siamo come Cenerentola che è tornata a casa 45 minuti dopo l’orario di rientro. Siamo o almeno è così che dovremmo guardarci sguattere. Laceri, modesti fruitori basici di vittorie senza progettualità amate. Non inseguiamo scarpette di gioco così prezioso e fragile da esser di cristallo. Bensì facciam figure da cafoni in mezzo ai nobili entrati ai piani alti non con ali. Ma una zucca. Il coraggio che hanno questi qua, i lettori della buca delle lettere che ci guardano e mandano messaggi in bottiglia, mezzo giudici e guardoni, è elementare. Chi di quelli che vuol farsi del male non trova facile tagliuzzarsi un po’. Non ha ostacoli e può sentirsi bene, un uomo a gratis. Resta che da queste parti noi, perché come me ancora tanti, non ci si voglia male.

Complessi di superiorità? Meglio di quelli da 45 minuti. Io so apprezzare il bello. Ma la storia della Juve è fatta anche di quello. Mica è un torpedone di turisti del calcio con una idea sola. La meta è unica. Non si discute. Però Juve è sempre stata questo e quello, Scirea e Sivori, Platini e Benetti, Camoranesi e Zoff. E’ una caserma? Si ma a misura d’uomo. Tante le libere uscite oltre ai posti conquistati. Abbiamo avuto un simbolo della storia juventina, Gianni Agnelli, che di showmen ne avrebbe voluti sempre. Solo che alla resa dei conti non ci si accontentava. Pure all’Avvocato, soprattutto a lui, gli veniva fuori la battuta. E’ una esigenza radicata, insopprimibile. Baggio gran giocatore, Pallone d’oro ma che ci hai fatto vincere? Poco? Allora poco è il nostro amore. Abbiamo questo brutto vizio che se pure diventassimo gente che si siede a vedere la Juve per guardare cinque o sei goal non importa di chi alla fine ci verrebbe in mente qualche cattiveria. Fino alla fine, marci di vittorie fino al midollo. E allora come ci divertiremmo ? Poco, se e ma. Quando? Quando magari mai.

Juve storica più che il sudore gregario di Di Livio è barbera e champagne. Juve più che Colonnello Buttiglione è Rimbaud, mezzo genio e mezzo trafficante di carne umana. Anch’essa un poeta persino maledetto benché acciaccatello, Vecchia Signora e impiegato co’ le palle, una volta vinto Paradiso o Inferno che importa. E poi come spettacolo saremmo un bel pochino. La caserma di gente in divisa da vittoria, sempre armati a protezione da tutti i nemici imperituri, che smobilita per una versione new fan base dei fricchettoni anarchici spagnoli. Quelli delle adunate quando ce pare, del spariamo quando ci ho voglia, del comandante non ci sono capi, guerre e nemmeno bottino. Come sono finiti? Come i scemi della storia. Chi li ha fucilati? Non gli avversari. I loro compagni più pratici. Ci si fa domande da soli? E’ perché abbiamo le risposte.