Come stavamo 10 anni fa e cosa abbiamo visto dopo

di Juventibus |

È uno degli inverni più freddi e nevosi di sempre, dicono i meteorologi. In una Torino che si appresta ad ospitare i XX Giochi Olimpici invernali, la squadra della Juve si ritrova, dopo le feste natalizie; c’è da preparare la trasferta di Palermo, prima gara del nuovo anno, su un campo sempre ostico. La Juventus è già campione d’inverno da qualche giornata e sembra avviata alla conquista tranquilla del suo ventinovesimo scudetto, in una stagione che culminerà con il campionato del mondo in Germania, ma il mister Capello non accetta cali di tensione. C’è un’Europa da conquistare e dopo la delusione di qualche anno prima questa potrebbe essere la volta buona, con quello squadrone…

Sembra il ripetersi di gesti, propositi per il nuovo anno,cerimoniali, attese, frasi, tutto come negli anni precedenti e come in quelli che saranno. Ma, a riguardarla da qui, quella voltaè tutto diverso.

Sarà una vittoria per 2-1 in rimonta con doppietta di Mutu che sostituiva Nedved (Mutu che sostituiva Nedved, con Ibra – Trezeguet in campo e Del Piero in panchina, per dire) e Milan, Fiorentina e Inter a rincorrere, ma molto staccati.

Nessuno poteva immaginare che, quel 7 gennaio 2006, si stava entrando ufficialmente nell’anno più oscuro della centenaria storia bianconera.

Nessuno poteva immaginare che quella partita, al ritorno, avrebbe scritto la storia: ultima per sempre al Delle Alpi,  ancora 2-1 al Palermo, lacrime in tribuna, una specie di nostalgia di qualcosa che era – ancora – tuo, una gioia strana, offuscata dalle prime indiscrezioni di qualcosa che non si sapeva ancora decifrare e definire con precisione.

Nessuno poteva immaginare che quel campionato, vinto con un record di punti ma di un soffio sul Milan che si era riportato sotto in primavera, sarebbe stato invece quello della retrocessione in serie B.

Nessuno.Tranne, forse, un manipolo di uomini che nel buio e nel silenzio delle stanze di una caserma, guidati dalla Procura di Napoli, stavano, da mesi, raccogliendo e scegliendo telefonate da incastrare per far quadrare un teorema accusatorio.

Ma quello che, soprattutto, nessuno, in quel momento, poteva immaginare era che dopo dieci anni, dopo Rimini, Crotone, Del Neri, Zaccheroni, Cobolli e Secco, dopo la smantellamento di una delle più forti formazioni bianconere di tutti i tempi, ancora non ci sarebbero state delle certezze assolute.

Dopo decine di udienze, prima del processo sportivo, poi del processo ordinario di primo grado e di appello, del rito abbreviato, scelto da alcuni imputati, e del rito ordinario, per tutti gli altri, dopo la Cassazione, ancora siamo in attesa di sapere su che cosa si siano realmente basate tutte le sentenze che si sono susseguite.

Abbiamo visto sgretolarsi sotto gli occhi, giorno dopo giorno, udienza dopo udienza, ogni singolo capo di accusa, ogni fantasia buona per le prime pagine dei giornali e per l’immaginario collettivo.

Sono venuti meno, uno dopo l’altro: l’ipotesi del condizionamento del settore arbitrale, attraverso “contatti indebiti e esclusivi” (le telefonate prima nascoste e poi “ritrovate” sono lì a testimoniarlo), la manipolazione dei sorteggi (ad essere manipolati erano invece alcuni filmati usati come prove), la influenza della dirigenza bianconera nella creazione delle griglie pressoché obbligate (la più famosa, per un Inter – Juve è un bluff, in quanto viene sorteggiato un arbitro che Moggi non aveva previsto), l’alterazione delle gare attraverso le ammonizioni “preventive” pro-Juventus. Abbiamo assistito al valzer di Paparesta che entra ed esce da uno spogliatoio, a quello di De Santis, un giorno affiliato alla Cupola, l’altro sdoganatosi, alla creazione ex novo di reati non previsti dall’ordinamento, ad un processo sportivo anomalo, privato di un grado di giudizio e compresso in meno di un mese, alla revoca di uno scudetto per un campionato mai sotto inchiesta, alla formulazione di capi di accusa ben più gravi nei confronti di una squadra, 5 giorni dopo che quei reati si erano prescritti, alla attribuzione a quella squadra di uno scudetto per ragioni etiche, alla imputazione per falsa testimonianza di uno dei testi chiave per la questione delle schede straniere, ad una Cupola composta da due persone. Abbiamo letto una sentenza della Cassazione nella quale, ancora, si confonde un arbitro con un altro…

Tutto questo abbiamo visto in dieci anni, e tanto altro, ma ancora nessuno ci ha saputo spiegare, con precisione, come si sia passati in poco più di tre mesi dai 91 punti (Mughini, dove sei??) alla partita di Rimini.

E ancora oggi, quando ne parli o ne scrivi hai esattamente la sensazione di essere quel giapponese sull’isola convinto che ci sia ancora la guerra, 30 anni dopo la fine. Ancora oggi ti sembra che molti, sempre di più, soprattutto tra quelli che tifano come te, provino fastidio a ricordare, abbiano voglia di rimuovere, far finta che si sia trattato di un brutto sogno, pensare che proprio perché è accaduto non possa succedere mai più.

Ma poi leggi che questo 2016 sarà anche l’anno della decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo sul ricorso presentato da Moggi, che qualche sorpresa ancora potrebbe riservarla, e capisci che, forse, quella guerra non è mai davvero finita e che conviene rimanere all’erta.

Forse non serviranno i 30 anni del giapponese ma, a dirla tutta, anche questi dieci già trascorsi sembrano davvero un’eternità.

 

di Francesco Alessandrella  @Alessandrella