Come la Juve sbaglia sempre approccio

di Massimiliano Cassano |

Qualche volta è stato dichiarato apertamente:

Siamo entrati in campo con l’atteggiamento sbagliato, la sentenza su Juve-Napoli non può essere un alibi” (Juventus 0-3 Fiorentina, 22 dicembre 2020)

L’approccio sbagliato alla partita ci ha costretto ad affrontarla in salita. In Champions League se non sei concentrato, vieni punito” (Porto 2-1 Juventus, 17 febbraio 2021).

Qualche altra volta lo si è taciuto, sebbene fosse sotto gli occhi di tutti. Come i primi minuti totalmente in bambola contro il Barcellona all’Allianz Stadium o l’impostazione inspiegabilmente remissiva e attendista di sabato scorso contro un Napoli timoroso, incerottato e alle corde.

In un altro caso, addirittura, l’inizio shock della Juventus di Andrea Pirlo è stato spazzato come polvere sotto al tappeto grazie a una rimonta nel finale: parliamo ovviamente del derby contro il Torino, raddrizzato da McKennie e Bonucci dopo un primo tempo in cui i bianconeri non erano riusciti neanche a creare i presupposti per una palla gol. “Fino alla fine” è il motto della Vecchia Signora, ma almeno per quest’anno ci sarebbe da aggiungere un “a partire dall’inizio”, perché la sensazione ormai consolidata è che la squadra vada in campo spaesata e disorientata, senza aver ben chiaro in mente cosa fare e troppo spesso facendosi dettare il ritmo dall’avversario. Sbagliando, per così dire, l’approccio.

Ma cosa significa approcciare una partita? Un incontro, facile o difficile che sia, lo si inizia a “giocare” già giorni prima del fischio d’inizio, durante la fase di preparazione in allenamento. Poi, in campo, si cerca di applicare quanto provato in partitella. Con decisione, fermezza e sicurezza, immaginando i 90’ come una tela bianca sulla quale scrivere con il movimento corale degli scarpini di tutti la storia di una vittoria, o almeno di un tentativo. La Juventus va in campo invece attendista, vivacchia, si guarda intorno, aspetta, studia. Una impostazione passiva probabilmente figlia dell’immaturità di alcuni calciatori, e certamente di un allenatore che definire acerbo è un eufemismo.

Una gabbia mentale prima che fisica all’interno della quale gli uomini di Pirlo tendono a intrappolarsi con Pirlo stesso: possibile che in un ottavo di finale di Champions League, oppure contro le rivali di una vita (Inter, Napoli, Torino) manchi l’entusiasmo? Sembra più che l’obiettivo sia quello di plasmarsi sull’avversario, lasciargli decidere come, dove e quanto giocare. Anche quando – come detto prima – chi sta nell’altra metà campo non ha la minima intenzione di far male, come successo allo Stadio Maradona neanche una settimana fa. Il risultato è una squadra che si adagia, non sente di dover prendere in mano il suo destino, e aspetta il lampo.

Ma non può essere un caso che le grandi, soprattutto in Europa (Liverpool, Barcellona, Psg, Manchester City…) abbiano un approccio totalmente opposto, del tipo: io sono io, gioco così, indipendentemente da chi tu sia. La Vecchia Signora sembra non avere una forma, tanto che è impossibile vedere un’altra squadra di un qualsiasi altro campionato e poter affermare “giocano come la Juve”. Perché, come gioca la Juve? Non si sa, dipende. Non è mai uguale a sé stessa. E ogni volta sembra poter raggiungere picchi altissimi, quando alza il ritmo come dopo il gol di Chiesa ieri oppure nei forcing finali ai quali si costringe dopo aver regalato troppi minuti in partita. Ma ogni volta, pare anche in grado di alzare l’asticella della “peggior prestazione” dell’era Pirlo, rischiando di scivolare in una struttura ricorsiva che non ha né capo né coda. Proprio come gli approcci alle partite di questa squadra.


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