Come gioca il Belgio?

di Juventibus |

dal nostro corrispondente

Che questa selezione sia la più talentuosa della storia dei diables rouges, lo credono in molti. Soprattutto dalla cintola in su, Wilmots ha un imbarazzo della scelta che potrebbe quasi diventare difficoltà, in un torneo dove sbagliare non è concesso e le condizioni di forma dei giocatori contano più dei dettami tattici.

Con il recente abbandono del 4-3-3, oggi il Belgio mette in campo un 4-2-3-1 abbastanza canonico per il calcio continentale. Gli interpreti cambiano spesso, ma la probabile formazione recita: Courtois; Alderweireld, Denayer, Vermaelen, Vertonghen; Nainggolan, Witsel; Mertens, De Bruyne, Hazard; Lukaku. In panchina siedono comunque pedine di qualità, che definire ricambi sarebbe riduttivo: Fellaini, Ferreira Carrasco, Batshuayi, Origi e Benteke farebbero la fortuna di molte selezioni presenti alla kermesse continentale. Tuttavia, gli infortuni dei due centrali titolari (Lombaerts e capitan Kompany) e lo stesso Vermaelen in condizioni precarie scoprono un po’ la retroguardia, che dovrà fare a meno del carisma del capitano; gli stessi terzini non sono puri, ma dei centrali adattati nel tempo.

Se in passato il Belgio faceva della reazione la sua arma migliore, oggi l’atteggiamento tattico è orientato al possesso della sfera. Senza un vero e proprio regista per iniziare l’azione però, il Belgio indirizza il gioco sulle fasce dove è più semplice creare superiorità numerica. La squadra utilizza spesso il lancio lungo a cercare la fisicità di Lukaku, con gli esterni alti a raccogliere le seconde palle e far salire così la squadra. Quando il possesso è consolidato invece, sono i terzini ad offrire sbocchi alla manovra e rifornimenti a Hazard e Mertens. Negli ultimi trenta metri Wilmots sembra lasciare discreta libertà ai suoi giocatori di talento, che ingaggiano frequenti uno vs. uno. Contro squadre che difendono la profondità e non l’ampiezza – come la stessa Italia – è facile assistere anche a dei rapidi cambi di gioco sul lato debole, in modo che l’ala opposta possa puntare l’esterno basso avversario con maggiori porzioni di campo a disposizione. Poiché il giropalla è sempre orientato all’esterno però, quando non ci sono varchi la squadra rischia di appiattirsi sulla trequarti avversaria, con sterili scarichi orizzontali. Difetto che un pressing organizzato potrebbe pericolosamente palesare.

In fase di non possesso le ali sono quasi libere da compiti di ripiegamento, facendo affidamento sulla fisicità dei terzini e sul filtro del centrocampo. Tuttavia, le spaziature difettose tra centrocampo e difesa ogni tanto lasciano spazio per ricezioni pericolose tra le linee: questo è il vero problema del Belgio, emblematico nelle transizioni difensive dove la macchinosità dei centrali rende difficile attuare le necessarie marcature preventive. In più, la pressione sul portatore avversario non è contemplata.

Cosa può fare Conte? Supponendo un 3-5-2 di base, abbassando gli esterni si può efficacemente negare ai belgi la superiorità sull’ultima linea, inceppandone di fatto il meccanismo di attacco. Il contraltare è il rischio di abbassarsi troppo lasciando così il pallino del gioco a una squadra riversata nella nostra trequarti (come peraltro avvenuto nell’amichevole di novembre a Bruxelles). In questo caso, attaccanti e esterni azzurri dovranno essere bravi ad approfittare dell’alta difesa belga, che se presa in controtempo mostra tutte le sue difficoltà nel difendere all’indietro, come contro la modesta Norvegia.

Andrea Lapegna