Come quell’anno, come quella sera… sei pronto, caro stadium?

di Massimo Zampini |

Sei pronto, stadium?

Domani si ricomincia e finalmente rieccoti, con quei due enormi piloni che si intravedono in lontananza e quindi capisco che ci siamo; con la birra e i panini al solito chiosco prima della partita per fare due chiacchiere tra tensione e scaramanzia, la fila all’entrata sentendo tutti i dialetti e le lingue possibili (una virtù, ovviamente, altro che apolidi, come si sarebbe detto forse tra i primitivi), il gioco di luci, la musica, il riscaldamento, primo pallone, ecco che comincia il campionato dello stadium.

 

Sei pronto, allora? E le vacanze come sono andate? Magari un po’ noiose, lo immagino: so che questa estate non ti sei mosso, eri piuttosto solo e il clima non è stato sempre dei migliori, però il riposo ritempra, aiuta a ricominciare meglio di come si sia finito.

Eccolo, il punto: ricominciare meglio dell’anno prima. Perché l’anno scorso, stadium mio, mi sei piaciuto così e così. Tu sei sempre bello, chiariamolo, ma sei meno caldo di un tempo, meno affettuoso e passionale. Abbiamo vinto quasi sempre, lo ricordo bene, eppure c’era qualcosa di diverso.

 

Venire allo stadium e non sapere come saresti stato quella sera: impossibile abituarsi. Sciopero, non sciopero, stasera si canta oppure no? Non è normale, non lo sarà mai. Se vengo da te è perché voglio una serata incasinata, con tanti amici, con le case vicine che non riescono a dormire per il rumore che facciamo, con tutto il tifo possibile per la squadra che amiamo, che difendiamo solo noi e odiano tutti gli altri. Se non la diamo noi, la forza, dove possono trovarla in un contesto così compatto nel detestarci?

Allora, sei pronto? E io lo so che costi tanto, che venire da te comporta tanti sacrifici, ma una volta che abbiamo scelto di venire vorrei che ci divertissimo, che cantassimo, che supportassimo senza soste la squadra da cui dipende parte del nostro umore settimanale.

L’altro giorno, sai, guardavo il Tottenham, ricco quanto noi, senza trofei da un bel po’, reduce da una di quelle finali perse che noi conosciamo bene, insomma guardavo il Tottenham sotto in casa contro il Newcastle. Sai, la gente non era arrabbiata, o almeno non traspariva questo, traspariva la voglia di trascinare fino alla fine, sì, fino alla fine i propri idoli, perché se avessero pareggiato la settimana sarebbe stata un po’ migliore. E così un calcio d’angolo sembrava un rigore, per il tifo e l’attesa, e così Kane ha sbagliato un ultimo gol ciabattando il pallone a 5 metri dalla porta, ma la gente incitava ancora, fino al fischio finale.
Poi ho guardato il Wolverhampton battere i nostri cugini: sai che hanno un bel coro anche per Patrick Cutrone, arrivato da cinque minuti, mentre dopo un anno io non ti ho ancora sentito un coro per Cristiano Ronaldo, il giocatore più leggendario di questa generazione, che solo a guardare parlare con Messi al sorteggio e a pensare che è dei nostri vengono i brividi.

Ecco, caro stadium, io i problemi li capisco tutti e certo non ti giudico, da anni giro per i club di tifosi, so che i sacrifici sono tanti e la Juve potrebbe fare qualcosa per facilitarvi, ma voglio solo che tu capisca bene cosa stiamo vivendo, che giocatori stiamo ammirando, quanto sia difficile vincere ogni anno, rendendo così il nostro umore migliore da circa 2500 giorni, quanto sarà difficile farlo quest’anno, con le rivali guidate da due nostri ex allenatori, uno dei quali ha la stella allo stadium.

Ci teniamo come sempre e più di sempre, stavolta.

Come quella magica serata di marzo con l’Atletico, in cui tutto era impossibile e tutto è diventato possibile, e lo si capiva sin da quando sono arrivato, perché eri in una di quelle serate magiche, in cui i vicini proprio non ci sopportano più perché non la smettiamo un attimo di fare casino.

Come il primo anno, in cui venivamo da due settimi posti, puntavamo a entrare tra le prime 4 e non abbiamo perso una partita, perché quell’anno era impossibile batterci, sia in campo che fuori

 

Domani arriva il Napoli, e io ti ricordo mentre impazzivo di gioia e divertimento con quei 40mila amici a cantare “’O surdato ‘nnammurato”, perché gli sfottò fatti così, con ironia, danno più allegria e fanno più male ai rivali rispetto a evocare vulcani e saponi: quello non fa ridere, non c’entra con noi, che tuttora subiamo i canti feroci di chi non sa distinguere tra rivalità e morte, tra sfottere e ricordare una tragedia. Mentre cantare felici, in questi anni, ci viene davvero molto meglio.

Allora scusami, stadium mio, per questa lettera un po’ così. Ma è una lettera d’amore, e come sempre l’amore è un misto tra nostalgia per quello che fu e soprattutto speranza per quello che sarà. Domani si ricomincia e ogni volta che potrò verrò a trovarti, promesso.

Tu pensa a farti trovare come quella notte, a quelle notti in cui all’inizio tutto sembra impossibile e, anche grazie a te, alla fine usciamo dallo stadio abbracciati, senza credere ai nostri occhi, con il nostro umore incredibilmente migliorato nel misero spazio di due ore.