Come a Cardiff

di Sabino Palermo |

Non vedo luce in fondo al tunnel dei pensieri. Non ho prospettive future e nemmeno voglia di scrivere: ho anche cancellato un articolo già pronto, per distrazione o per amarezza, fate vobis. Non ci sono con la testa, e molto probabilmente nemmeno i ragazzi di Allegri, come questa sera soltanto a Cardiff nella sua gestione bianconera.
Come paragonare un’uscita di scena del genere, per opera di una squadra giovane ma brillante, ad una Finale di Champions contro il Real Madrid? Semplice, confronto le mie emozioni e le sento identiche: la squadra mi ha trasmesso lo stesso senso di impotenza che mi aveva fatto spegnere la televisione già a metà del secondo tempo. Questa volta, forse, visto lo svantaggio minimo, ho aspettato un attimo di più: dalla paratona di Szczesny, al gol annullato di Ziyech, fino al tocco di braccio reclamato da Cristiano & co. L’ho sofferta fino alla fine, come recita il nostro cuore ogni volta che scende in campo, ma questa volta la Juventus ha seguito il silenzio dello Stadium ed è uscita, prima di testa e poi di cuore e gambe.
Non ci sono ritmi pressanti che tengano, perché i “ragazzi terribili” li avevi domati ad Amsterdam e nel primo tempo all’Allianz. Lascia perdere che, sull’1-1, avevi paura di uscire, ma non così: questo è un modo bruttissimo per concludere un ciclo vincente. Tornare a Torino, tra pochi giorni, e dover fare un punto contro la Fiorentina sarà un’impresa con questo umore. Non immagino nemmeno cosa sia doverla vivere in prima persona, dalla società fino ai giocatori stessi: sentirsi inutili con un campionato già vinto alle spalle. Come a Cardiff la delusione travolge tutto, anche una stagione praticamente perfetta in Italia.
Simbolo dell’ecatombe di sentimenti sono due giocatori opposti: Dybala e Bonucci. I due capitani di questa sera che non hanno saputo reagire alle proprie emozioni, nascondendosi dietro le proprie responsabilità e lasciando agli eventi il compito di fare il loro corso. Il primo, nella stagione peggiore della sua carriera, ha alzato “bandiera bianca” a fine primo tempo, guardando dalla panchina i compagni crollare sotto i colpi dei lancieri. Il secondo, dal ritorno da “figliol prodigo”, non ha dato sicurezza al reparto difensivo e si è fatto saltare in testa (insieme ad Alex Sandro) da De Ligt: l’unico appunto è che l’ultimo a segnare in Champions, decretando la nostra eliminazione, è stato la “ciliegina sulla torta” della nostra campagna acquisti di quest’anno. Diciamo che non mi dispiacerebbe accadesse nuovamente.
Ora la domanda è lecita: se perdere contro quel Real Madrid “poteva starci”, ora il Mago Max cosa dirà di fronte al l’eliminazione contro una Cenerentola? Noi ne avevamo stese un po’, dal Dortmund fino al Monaco, senza nessuna pietà: cos’è cambiato questa volta? Siamo di fronte davvero ad una squadra più forte di questa Juventus? Saranno interrogativi che attanaglieranno i dirigenti e l’allenatore bianconero che, così come a Cardiff, decideranno se chiudere il ciclo assieme con una sconfitta così cocente. L’ultimo frame della Juve di Allegri è un secondo tempo invisibile, totalmente fuori da ogni logica e assordato dal silenzio dello stadio e dei suoi giocatori. Un ammutinamento che sa di resa definitiva, ora che il Capitano è stato lasciato solo di fronte al nubifragio più grande.
Max Allegri come Napoleone Bonaparte, da dominatore d’Europa ad esiliato di lusso: è stata fatale la battaglia di Torino, così come Waterloo decretò la fine dei “cento giorni” da Imperatore del francese più famoso della storia. Dopo la disfatta di Cardiff (e di Russia per Napoleone), non era meglio fermarsi e prendersi l’applauso concluso lo spettacolo? Replicare, così in malo modo, rende tutto semplicemente più triste.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza.