Claudio Marchisio, principe(ino) in campo e nella vita

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Filippo Noto

Da oggi Claudio Marchisio, icona della Juventus che dalla Serie B è tornata – meritatamente – al vertice del calcio italiano ed europeo, è un collaboratore del Corriere della Sera, ed. di Torino.

1 campionato di Serie B, 7 scudetti, 4 coppe Italia, 3 Supercoppe italiane ed 1 campionato di Russia dopo, il Principino avvia un nuovo capitolo della sua vita e lo fa con lo stile, la forza, la bellezza e l’umiltà che lo hanno sempre contraddistinto nella sua carriera sportiva.

Siamo abituati ai calciatori che, sviluppando quella che in azienda si chiama “corporate social responsability”, dedicano parte del proprio tempo, delle proprie non scarse risorse e della propria forza mediatica a cause certamente nobili ma che restituiscono tutto sommato poco alla società e molto, in termini di immagine e consenso, agli stessi sportivi.

Marchisio è diverso, e spogliandosi, idealmente, del cappottino di cashmere e del doppio petto blu disegnatogli addosso dall’amico Martorana, calza il suo ruolo civile di (ex) calciatore di grande fama e successo scegliendo di ricordare a tutti noi che da qualche parte in Kenya o forse in Somalia una giovane cooperante milanese di 24 anni, lì per portare ai bambini passione ed aiuto è, da più di un anno, nelle mani di un gruppo di rapitori.

Le parole di Marchisio sono inesorabili e precise come l’assist di tacco a Lichtsteiner nella finale di Berlino: “Speranza. Quella che ci spinge a resistere, a lottare e a non arrenderci. La speranza che ci tiene in piedi nei momenti più bui e ci accompagna nelle notti di ansia. Una parola bellissima e pericolosa, perché il suo rovescio è il rischio di vedersi delusa. Oggi è un giorno di speranza buona e positiva, di ottimismo. Silvia Romano è viva e i servizi di intelligence italiani finalmente lo confermano, proprio quando cade il primo anniversario del suo rapimento”.

Sono generose come il calciatore che in campo non mollava mai: “…Silvia Romano rappresenta ognuno di noi, incarna la nostra parte migliore, quella più nobile. Giovanissima, ha deciso di impegnarsi e di spendersi in prima persona per migliorare un pochino il mondo in cui viviamo, per provare a portare aiuto e sostegno dove ce n’è più bisogno. Uno slancio che le sta costando caro e che merita il massimo rispetto da parte di tutti. Come cittadino di questo paese sono grato a Silvia, sono orgoglioso di averla come connazionale e chiedo con forza che le istituzioni a tutti i livelli facciano tutto il possibile affinché ritorni presto in Italia.”

Sono violente e devastanti come il gol all’Inter nel 2009: “Quando tornerà a casa … potremo finalmente ringraziarla di persona per averci mostrato che l’altruismo e la buona volontà sono una forza immensa e che sono capaci di portarci oltre i nostri timori e le nostre reticenze. Che ci sono valori per i quali può valere la pena rischiare personalmente. Oltre a ringraziarla, poi, dovremo anche scusarci. Ci scuseremo a nome di quei poverini che non hanno saputo fare meglio che scagliarsi contro «chi se la va a cercare» (con tanto di «ti sta bene» e «così impari»); ci scuseremo per coloro che mettono in dubbio il lavoro delle ONG e la cooperazione internazionale come strumento di pace; ci scuseremo per chi di fronte all’impegno corruccia la fronte. Silvia non se l’è andata a cercare, Silvia si è impegnata anche a nome nostro sfoderando un coraggio enorme”.

Se, come diceva Carlo Levi (torinese anche lui), le parole sono pietre, quelle del Principino ci colpiscono dritte in faccia rendendo impossibile d’ora in poi dimenticarci di Silvia e del fatto che, come dice Marchisio, “…non può esistere felicità individuale in un mondo ingiusto”.


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