Claudio Marchisio e il calcio che non disconnette dalla realtà

di Silvia Sanmory |

Non ho mai imparato a perdere ma forse, invecchiando, sono migliorato nella difficile arte del non vincere.

(Claudio Marchisio)

Il 23 maggio del 2017 una barca con a bordo cinquecento migranti viene sbalzata dalle onde nel Canale di Sicilia. Il bilancio è tragico, perdono la vita diversi bambini, di loro non si sa neppure il nome.

C’è un’immagine che circola nell’imminenza e che diventerà il simbolo di questo ennesimo dramma della disperazione: una ragazzina che piange, aggrappata al giubbotto salvagente, poco prima di essere salvata dalla Guardia Costiera.

Dopo il naufragio postai la foto e fui coperto di critiche. Mi accusavano di non sapere nulla del mondo e quindi di non essere titolato a parlare se non di calcio. Evidentemente un calciatore non era considerato un cittadino… (…) Eppure ciascuno di noi è un poliedro di interessi, di sfumature, di inclinazioni e di fragilità e nessuno può essere considerato a una sola dimensione, per quanto predominante essa sia“.

Una presa di posizione ferma con la quale Claudio Marchisio apre il suo nuovo libro, “Il mio terzo tempo“, dibattendo senza la pretesa di diventare un maître à pensar ma con la volontà di poter liberamente dire la sua su temi scottanti come il razzismo, l’omosessualità nel calcio, la giustizia, l’ecologia, la violenza.  Con l’intendo di sottolineare che un calciatore non è soltanto un intrattenitore che offre uno spettacolo in campo, con le sue prodezze e la sua divisa societaria, ma può avere cose interessanti da ribadire  “fuori” da uno stadio e da una partita.

L’ex centrocampista bianconero ha preso posizioni scomode e a volte impopolari anche di recente, nel suo nuovo ruolo di commentatore Rai, a proposito della mancata partenza del Napoli per il match contro la Juventus, difendendo la scelta di non giocare la gara per la tutela dei giocatori.

In realtà il volume non tratta soltanto tematiche impegnate ma si alternano con aneddoti e racconti leggeri e divertenti, ricchi di ironia e di autoironia.

Come nasce il principino

Il primo a fregiarlo del titolo è stato Federico Balzaretti ma la convinzione che l’eleganza di Marchisio sia nata come scelta di stile è in parte errata: “Nei primi anni in prima squadra più di una volta capitò che le serate andassero per le lunghe; quando succedeva, per evitare di fare tardi il giorno dopo, adottavo la soluzione più semplice: dormire in macchina direttamente al centro sportivo. In questo modo non era raro che mi presentassi all’allenamento vestito di tutto punto, con l’abito con cui avevo fatto nottata. Una volta, due, tre e i miei compagni che arrivavano tutti in tuta iniziarono a chiamarmi principino”.

L’agenzia Viaggi e Vacanze Marchisio

Tutti abbiamo (o dovremmo avere) un Piano B. E dunque, se non fosse diventato l’astro che tutti conosciamo? “Il mio piano era chiaro quanto sconclusionato: finite le medie avrei fatto il liceo linguistico, imparato l’inglese e lo spagnolo e mollato gli ormeggi. Mi piaceva da matti pensare all’infinita varietà del mondo e agli anni che avrei passato a percorrerlo in lungo e in largo. Ma analizzando seriamente la questione, se l’avessi realizzata come la pensavo, l’agenzia sarebbe fallita in quindici giorni. La verità era che avrei voluto viaggiare io più che far viaggiare gli altri“.

“Porto male alle squadra?”

Estate del 2006. Dopo tredici anni passati ininterrottamente nelle giovanili della Juventus, arriva per lui il momento di passare in prima squadra. Ma arriva anche la retrocessione. “Mi sono domandato persino se ero io a portare male alla squadra, dopo un ultimo anno che era stato sportivamente un trionfo, terminato con la vittoria del Campionato. C’erano i presupposti per fare il botto proprio nel mio anno di esordio. Il botto arrivò invece dai tribunali. Speravo di giocarmi la Champions, mi dovevo giocare la promozione in A. Pensavo che la retrocessione fosse un segno di sventura, invece è stata la mia più grande fortuna. La Serie B è un campionato difficilissimo, bisogna lottare su ogni campo, e poi immaginate la grinta e l’agonismo che ci mettevano gli avversari quando giocavano contro dei campioni del mondo. Ma serve a dimostrare che il valore lo si dimostra in campo, non per il blasone al quale si appartiene“.

Il rito di iniziazione

Ogni squadra ha un rito di iniziazione che serve a dare il benvenuto in spogliatoio ai nuovi arrivati. Nella Juventus si… gorgheggia. “Chi arriva deve cantare una canzone davanti allo spogliatoio riunito che ovviamente non risparmia commenti e sfottò; nella mia lunga carriera ho assistito ad esibizioni che avrebbero crepato i vetri antiproiettile della Papamobile. Roba per stomaco forte“.

Lo spogliatoio

“E’ un microcosmo multicolore in cui si mischiano culture, lingue, storie e la tolleranza e la curiosità sono l’unico strumento di sopravvivenza”.

Calcio maschilista

Lo sport  ricalca quello che non funziona a livello generale. Compresi razzismo e discriminazioni legate alle proprie inclinazioni sessuali. “Se sei un calciatore devi esibire la tua dolce metà donna, bella, giovane. E se sei un bambino che muove i primi passi sui campi, sei continuamente esposto a questo modello unidimensionale lontanissimo dalla reale società. Va cambiato allora anche il modo di raccontare il calcio fuori dal campo, sarebbe la rottura di un cliché che alimenta discussioni da bar, che fa guadagnare qualche clic in home page. Provare a rallentare questa giostra un pò voyeuristica potrebbe aiutare a ricontestualizzare il discorso e a portarlo su binari più incisivi e meno macisti, e ne avremmo bisogno come il pane“.

Scarpe e scarpe

Ci sono quelle sbagliate del primo allenamento: “Avevo sei anni e un male ai piedi incredibile. Mio papà mi aveva dotato di un paio di scarpe da calcio nuove fiammanti ma con i sei tacchetti di ferro che di solito si usano sui campi allagati dalla pioggia. Torino non vedeva pioggia da almeno un mese, il terreno sembrava asfalto. Ricordo di aver tenuto duro, stoicamente, per setti minuti. Pit stop, cambio scarpe e allenamento finito grazie alle Nike d’ordinanza a scuola“.

Quelle killer della  professoressa di Lettere che “le consentivano di piombare silenziosamente direttamente alle spalle del copiatore seriale senza sentirla arrivare“.

E quelle mancanti di Nené: “Quando avevo dieci anni tra gli allenatori delle giovanili c’era un personaggio mitico che si chiamava Nené ed era stato un grande campione della Nazionale brasiliana. Un giorno durante una grande nevicata  ci fece togliere scarpe e calze per farci allenare a piedi nudi contro il muretto del campo, ci diceva che in questo modo avremmo sensibilizzato i piedi. “In Brasile ai mei tempi – ci diceva – facevamo così non tanto per scelta ma perché la maggior parte di noi le scarpe non le aveva”. Per tanti bambini il calcio si gioca ancora senza scarpe. Ecco, da allora cerco di non dimenticarmelo“.


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