Claudio Marchisio, l’abitudine di scendere in campo

di Silvia Sanmory |

Devo insegnare ai miei figli solo a tirare calci a un pallone? Già non ho mai fatto un lavoro normale: il calcio è un guscio protetto. Non so, ho solo un po’ di coraggio: sono consapevole di espormi a commenti feroci, però dico la mia“.

(Claudio Marchisio)

C’era una volta un “Principino” dandy dai modi aristocratici, una vita agiata e perfetta quasi fosse una propagazione dei successi della squadra più blasonata del Bel Paese che ha rappresentato per anni.

Claudio Marchisio, icona calcistico-juventina, è il bimbo che visionava VHS del papà per imitare le gesta in campo dei suoi campioni del cuore trasformato in personaggio iconico seguitassimo sui social (non solo dai tifosi bianconeri), ammirato per i suoi successi sportivi ma anche per l’esclusività, diciamo così, della sua esistenza raffinata.

Che la vita sia in continuo mutamento è un dato di fatto assodato che vale anche per il nostro ex centrocampista; e il primo segnale di una certa “trasformazione” in termini di “sentito” è forse rintracciabile in un libro, “Aria Sottile“, reportage sulla tragedia del Monte Everest del 1996, che denuncia le lucrose spedizioni che mettono in pericolo gruppi amatoriali, consigliato da lui in un post. Di li in poi Marchisio inizia ad essere sempre più “schierato” su tematiche ecologiste e cause umanitarie; un esempio il post del maggio del 2017 nel quale esprime solidarietà ai naufraghi dopo l’ennesima tragedia del Mediterraneo. Un pensiero che scatena gli impavidi della tastiera che lo tacciano di essere un’ipocrita, lo consigliano di pensare alla Champions imminente (la finale con il Real Madrid) “più importante dei quattro monnezzari morti in mare“. Ma lui non si lascia intimidire e prosegue imperterrito a schierarsi con i più deboli, a sposare cause ambientaliste, a parlare di flussi migratori non per fare proseliti, come dirà, ma solo per esprimere liberamente la propria opinione con la convinzione che gli adulti devono essere responsabili con i più giovani per aiutarli a capire cosa è la realtà. Le sue opinioni sulla tensione in Siria gli costeranno persino una minaccia di morte prima di un evento a Malta…

Il motto del “nuovo” Principino è quello di “combattere l’odio mettendoci la faccia sempre”. E lo fa anche  nel  novembre dello scorso anno quando scrive un editoriale per il “Corriere della Sera” trattando un tema politico-sociale come quello del rapimento della cooperante Silvia Romano: “Mi hanno impressionato i commenti pieni di odio contro di lei – dirà – che pur rappresenta la nostra meglio gioventù che ci riempie d’orgoglio“.

Non stupisce che anche in questi giorni abbia voluto far sentire la sua voce a proposito degli atteggiamenti irresponsabili di chi ha violato le misure previste dal decreto per arginare il Corona Virus: “A te che sei uscito dalla zona rossa, perché tanto non succede nulla, non ti senti una m***a guardando questa foto?“. La foto in questione è quella nota dell’infermiera che crolla dopo un turno di lavoro estenuante in un reparto di terapia intensiva. Un concetto ribadito in queste ore con la pubblicazione nelle storie della sua pagina Instagram, di una riflessione  sul tragica situazione che il nostro Paese sta vivendo: “Siamo bianchi che discriminavano e che ora sono discriminati; vivevamo sui social e ora sentiamo la mancanza di baci, abbracci e strette di mano; odiavamo la normalità della quale ora ci manca ogni singolo momento“.

Il Principino dei “trent’anni di pallone” è diventato un fine sensibilizzatore. Con buona pace di chi gli da dell’ipocrita.


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