Il ciclo di Allegri è finito (e non al Wanda)

di Federica Zicchiero |

Comunque vada al ritorno con l’Atletico, la netta sensazione è che il ciclo di Allegri alla Juve sia terminato. E non certo ieri sera con la scialba prestazione al Wanda Metropolitano. La fine ha una lunga origine.
L’impressione è che il ciclo si sia chiuso a Cardiff e che, nell’estate 2017, sia stato prolungato innaturalmente per mancanza di alternative valide tra gli allenatori di livello. Poi, dopo uno Scudetto vinto anche grazie all’harakiri del Napoli, con una Juve priva di identità e idee, lontana parente di quella dominante del 4231, il ciclo è stato prolungato di nuovo oltre la sua naturale durata nell’estate 2018. Per mancanza di coraggio, o per eccessivo conservatorismo. Era l’estate di Ronaldo: probabilmente la società ha pensato che cambiare allenatore in un momento storico e delicato non fosse una buona idea. Che servisse continuità nella gestione tecnica.
Ecco, proprio la gestione tecnica è mancata alla Juve di ieri sera e a quella dello Scudetto 2018. O meglio, non è mancata la gestione (forse anzi si è gestito troppo), è mancata un’identità. Non parlo di “bel gioco”: nessuno mi ha ancora spiegato cosa sia. Il bel gioco è un concetto troppo soggettivo e aleatorio in un mondo, come quello del calcio, ancorato ai risultati. Allo stesso tempo, però, non possiamo essere unicamente risultatisti e far finta di non vedere i netti segnali che la Juve aveva mandato già dallo scorso anno. Se ci basiamo sui risultati, Allegri è uno degli allenatori più vincenti della storia della Juve. Se invece facciamo la tara a quei risultati, considerando anche le prestazioni inanellate nell’ultimo anno e mezzo, riusciamo ad avere una lettura più veritiera dell’attuale realtà Juve.
Prima di Cardiff il percorso di Allegri ha coniugato risultati e identità. Dal 2014 al 2017 Allegri ha prima preso il timone di una creatura non sua, adattandosi con molta intelligenza a quel che aveva a disposizione, ha ridato coraggio in ambito europeo a giocatori che prima scendevano in campo tremebondi contro avversari modesti (non facciamo finta di dimenticare le campagne europee di Conte), e pian piano ha dato la sua impronta a una squadra di buoni giocatori, alcuni ottimi, ma priva di fenomeni. Un’impronta identitaria fondata sulla solidità difensiva e sulla capacità di giocare più partite all’interno della stessa partita. Un’impronta identitaria da outsider. 
Solo nell’ultima parte della stagione 2016-2017, con il passaggio al 4231, Allegri ha tentato la via dell’identità dominante. Per poi fare marcia indietro alle prime difficoltà, quando la posta in gioco si era fatta più grossa (Barzagli terzino e Alves alto). Ma non è quella l’identità delle squadre di Allegri, allenatore che fa dell’equilibrio il suo totem. E infatti non abbiamo più visto quella Juve a trazione anteriore.
La squadra dello scorso anno pativa un’immane difficoltà nel costruire il gioco dal basso, forse anche a causa della mancanza di Bonucci e del logoramento di alcuni uomini chiave del 4231 (Khedira, Mandzukic). Quella Juve, brutta e speculativa, ha vinto lo scudetto quasi per inerzia in virtù della superiorità dei singoli e del suicidio del Napoli. Nonostante i risultati (quarto double di fila), in molti, guardando quella Juve, mettevano in guardia dall’involuzione tecnica e auspicavano un cambio al comando. Diventa quindi palese la necessità di guardare oltre i risultati.
Allegri è stato senz’altro l’allenatore di cui la Juve aveva bisogno negli anni post Conte. Non possiamo non vederne i meriti e dobbiamo ringraziarlo per questo. Ha riportato la Juve tra le migliori d’Europa, raggiungendo due finali di Champions League perse contro squadre nettamente più forti. Ci ha fatto rivivere emozioni europee che non vivevamo da tempo. Come dimenticare le trasferte di Dortmund e Manchester sponda City o il netto 3-0 al Barcellona? Allegri è riuscito a coniugare vittorie italiane ed exploit continentali, gioco difensivo e folate in attacco. Sempre all’insegna dell’equilibrio.
Eppure non possiamo fermarci a questo. E lo dico da allegrista convinta. La Juve di oggi non è più una sorpresa in Europa, ha Ronaldo in campo e una panchina di tutto rispetto (al netto degli infortuni, ovvio). La Juve non è più un’outsider, e un’identità di quel tipo non le si attaglia più. È come quando sei ragazzino e nel giro di pochi anni i vestiti non ti stanno più. La Juve è cresciuta, non è più ragazzina, e ora ha bisogno di cambiare identità. Nello specifico, ha bisogno di un’identità più offensiva, dominante – dove dominare non vuol dire speculare occupando sterilmente il campo.
Per il patrimonio tecnico che ha, questa Juve ha bisogno di una fase offensiva degna di una grande squadra europea. Una critica al mister che si sente spesso dai tifosi è: “Se hai una Ferrari non puoi guidarla come una Panda”. Può sembrare un’immagine trita, eppure la trovo calzante. Siamo in tanti a pensare che sia uno spreco (di talento e anche di soldi) giocare in quel modo avendo Cristiano Ronaldo, Dybala, Cancelo, Bonucci… Che poi alcuni uomini non stiano dando il loro massimo, per vari motivi, è innegabile e non sempre è imputabile al mister; ma il modo di tenere il campo sì.
Le prestazioni con il Valencia e il Manchester ci avevano illusi: parlo ovviamente di prestazioni e non di risultati, perché nel primo caso i gol sono arrivati su due rigori, nel secondo caso abbiamo perso nei minuti finali contro un Manchester modesto. A questo avvio che aveva fatto ben sperare è seguita una lenta e progressiva involuzione, fino alla brutta serata di ieri.
Quello che si è visto ieri sera è semplicemente l’estrema conseguenza di una tendenza in atto da un anno e mezzo. Una Juve speculativa, senza idee in fase di impostazione, che si consegna mani e piedi al piano strategico di Simeone. Proprio quando serviva almeno un gol in trasferta (lo aveva detto lo stesso Allegri presentando la sfida) la Juve ha dimostrato di non saper costruire quell’unico gol. E ripeto: non parlo di bel gioco, perché il gol può arrivare anche attraverso l’equilibrio.
La cosa più preoccupante, ieri sera, è stato l’atteggiamento, la mancanza di una reazione. La Juve si è salvata per il rotto della cuffia una, due, tre volte (errore di Diego Costa, paratona di Szczesny, gol annullato dal Var) ma in nessuna delle tre occasioni ha saputo reagire. Non ha reagito nemmeno dopo i due gol. Il primo a non reagire, però, è stato il mister. Che ha perseverato nella sua strategia di tenersi un cambio offensivo in panchina (Cancelo) e ha tardato troppo a intervenire su una squadra che sembrava smarrita.
L’impressone è che nel percorso di Allegri alla Juve manchi l’ultimo step, l’ultima metamorfosi. Forse quella più difficile, forse l’unica che non è nelle corde di un allenatore maestro nell’adattarsi e nell’adattare i suoi giocatori. Per tutti i motivi sopra citati, e pur tenendo ben presenti i suoi meriti da quando siede sulla panchina della Juve, non credo che sia Allegri il mister capace di farci fare questo ultimo passo.