Ciao Max, i complimenti ora te li faccio io

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Francesco Gallinaro

Quante interviste postpartita, in cinque anni, iniziate coi complimenti ai ragazzi. Che poi ci fosse da festeggiare, da analizzare, da litigare con Adani. La prima cosa da dire, la cosa da “fare, innanzitutto”, era spostare i meriti su quelli che corrono e calciano la palla, che tanto, “io devo pensare più che altro a non fare danni…”

Eppure sappiamo che non era così, che non è mai stato davvero così. Quanto è passato tra la semifinale di Europa League nel 2014 e quella di Champions League del 2015? Qualcuno dice un anno, qualcuno dice due cambi in formazione (Evra e Morata), qualcuno dice un allenatore. Qualcuno dice mentalità, ma è un concetto difficile da inquadrare, e qualcun altro vorrebbe più concretezza. Io mi baso sui fatti: mi ricordo la partenza, il Lucento, ovvio, ma anche la porta inviolata fino alla sesta giornata, la sconfitta con l’Atletico e il 3-2 contro la Roma (quello del campionato a parte). So che una sera di ottobre 2014 la Juve perse a Genova contro il Genoa, 1-0 con un gol di Antonini all’ultimo secondo, e il popolo bianconero aveva già i forconi in mano; e so che pochi mesi dopo la Juve vinse a Genova contro la Sampdoria, 0-1 con gol di Vidal, e si cucì lo Scudetto sul petto un’altra volta. E che dieci giorni dopo stavamo tutti cantando ce ne andiamo a Berlino, in trepidante attesa dell’epilogo più dolce pur essendo consci delle difficoltà, e che alla fine quelle difficoltà si rivelarono troppo, troppo imponenti. Ma eravamo orgogliosi, come reclamizzava l’hashtag aziendale #ProudOfJu: contro Messi, Suarez e Neymar si poteva anche perdere, se un anno prima avevamo perso contro il Benfica. Per crescere ci sarebbe stato tempo poi.

Quanto conta un allenatore? Nell’estate 2015 arrivarono dieci nuovi giocatori, quasi una squadra: Neto in porta, Alex Sandro e Rugani in difesa, Cuadrado, Hernanes, Lemina e Khedira a centrocampo, Zaza, Mandzukic e Dybala in attacco. Mancava un difensore per il 3-4-3. Raggranellammo dieci punti in due mesi, ma poi tutto cambiò: vale più un allenatore che ritrova le sue alchimie tornando alla difesa a tre, o lo slancio morale che ne esce quando Cuadrado spinge il pallone in porta un po’ come capita all’ultimo secondo del derby? Ancora, non lo saprò mai. So solo che dopo quindici partite avevamo guadagnato 45 punti e la testa della classifica, che sfiorammo l’impresa all’Allianz Arena contro una squadra molto più forte e che vincemmo lo Scudetto il 25 aprile grazie a un gol di Nainggolan contro il Napoli, e cosa vuoi di più di uno Scudetto vinto grazie a Nainggolan? Non ricordo tante squadre vincere lo Scudetto due anni di fila con dieci nuovi acquisti, figuriamoci la Coppa Italia. Ma non avevamo visto ancora nulla.

Sull’acquisto di Gonzalo Higuain sono state scritte valanghe di parole. Con De André direi che se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato: che se era solo per vederlo segnare quattro volte contro il Napoli nella sua prima stagione in bianconero, allora tutto sommato non mi dispiace. Quante se ne sono dette, sul fatto che tutto sommato l’assortimento Dybala-Mandzukic funzionava e che forse i soldi di Pogba andavano spesi per un Kroos, un Rakitic; sulla personalità, sul peso…Chi non disse mai nulla fu Max Allegri, che zitto zitto iniziò a pensare. Come far quadrare il cerchio? Come rendere la Juve la squadra di Higuain e Higuain il centravanti della Juve? Così sorse il mitologico quattroduetreuno, il modulo “tutti dentro”. Il trionfo contro il Barcellona, e la fantastica serata della doppietta del Pipita a Montecarlo: chi se li dimentica più, i tacchi di Dybala e Dani Alves che portarono al primo gol? Il genio, la giocata individuale, la fenomenologia del fantino di Livorno portata al parossismo. E la sconfitta in finale che fece molto più male, per un secondo tempo in cui non si ebbe mai l’impressione di un match in equilibrio. Quell’estate The Player’s Tribune pubblicò un articolo di Allegri, che finiva con parole di speranza: “la cosa bella dell’opera è che ogni anno c’è un nuovo spettacolo”. E lui, direttore d’orchestra implacabile, pronto a riprovare.

Adesso sembra facile indicare in Cardiff, e precisamente nel gol di Mandzukic, il crocevia del quinquennio allegriano, il punto più alto. Poi partirono Bonucci e Dani Alves e tutto divenne diverso: si partì nella stagione successiva con valanghe di gol fatti e subiti, per poi chiudere il fortino. Quanto conta un allenatore? Cosa fa la differenza tra l’imbarcata di Marassi a metà novembre con la Samp che sfonda e cannoneggia e la fiera resistenza del primo dicembre che sterilizza il Napoli di Sarri e il suo sbandierato belgioco? Tra i gol a raffica di Dybala e un’infinità di partite senza subire gol? L’allenatore mica cambia, è lo stesso la sera in cui il Real ti fa tre gol e la sera in cui gliene fai tre tu, ma ti fermi a un metro dal traguardo perché Benatia fa fallo, o perché Michael Oliver sbaglia, o perché coso, dai, quello col sette, come si chiama, tira il rigore a 140 all’ora ed è impossibile pararlo. Vedetela come volete. Fatto sta che la Coppa sfuma di nuovo, che sembra sfumare anche il campionato, e che nessuno ti direbbe mai che l’allenatore conta quando sotto 2-1 in superiorità numerica i giocatori si inventano una rimonta pazzesca in due minuti. Forse, ma forse se resti aggrappato a una squadra incredibilmente overperforming come quel Napoli là fino alla fine del campionato un po’ di meriti ci sono. Forse un po’ di meriti l’allenatore ce li ha, se hai acquisito uno status europeo tale che coso, dai, quello col sette, come si chiama, decide che vuole venire a giocare da te.

E si riparte da lui allora. Si riparte che forse non basta più non fare danni, o quello che si spaccia per non fare danni: ci vuole costruzione, ci vuole qualcosa in più. Ma se fai e fai e fai e non funziona e Mourinho ti frega all’ultimo secondo, ne vale la pena? E vai di fortino blindato e attacco sterile, che dopotutto ha sempre funzionato. Adani ti chiederebbe se sei abbastanza dominante, ma che gli vuoi dire ad Adani? Manca il passo, sì, ma sembra che il passo arrivi un’incredibile sera a Torino, con Emre Can in difesa, Spinazzola che ara la fascia per sessanta minuti e Ronaldo, ecco come si chiamava, che disintegra l’Atletico da solo. Da solo? No, con una squadra dietro, e forse una squadra è il suo allenatore: una squadra è quella cosa che si muove come pensa il suo allenatore, e forse dentro quel tre a zero lì c’è tutto: il Lucento e il Dortmund, il Sassuolo e l’Allianz Arena, la Fiorentina e il Barcellona dominato, la rimonta con l’Inter e il rigore di Ronaldo. Forse c’è tutto, gli alti e i bassi, il bel gioco e il pragmatismo, la costruzione dal basso e la palla lunga a Mandzukic, tutto in quei novanta minuti là: la sintesi perfetta di un Allegri nuovo e pronto allo sprint finale. Ma è l’illusione di un attimo e non basta neanche stavolta, per un motivo o per l’altro. E siamo qui, a parlare del cambio di allenatore anziché aspettare le ultime due settimane prima della finale di Madrid come tutti avremmo voluto.

Quanto conta un allenatore? Non lo so. Sono provocazioni, lo so, domande che stimolano una riflessione ma cui non si può dare una risposta. Ma sono passati cinque anni, a chi importa delle risposte. Ciao mister, ci rivediamo da qualche parte, ma per finire lascia che siamo noi, stavolta, a fare i complimenti ad Allegri.