Ciao e grazie, Pietruzzo Anastasi

di Emilio Targia |

Ciao Pietruzzo

Il cuore batteva forte, a Pietro, lì a bordo campo, raccattapalle allo stadio Cibali di Catania. In campo c’era John Charles. Poteva quasi toccarlo, quando proprio davanti a lui, il gallese partiva palla al piede come una locomotiva per una delle sue celebri, inarrestabili cavalcate. Una volta un pallone finì fuori, a due passi da lui; Pietro si chinò e lo restituì in fretta proprio a Charles, che afferrò il pallone e prima di girarsi per battere un fallo laterale sembrò quasi ringraziare, con un sorriso leggero. Alla fine della partita trovò il coraggio per chiedergli di posare con lui per
una foto ricordo. Nella piccola casa Anastasi, famiglia di operai, vivevano in sette in due stanze, nella zona industriale di Catania. Pietro del pallone era innamorato follemente e non riusciva a stare senza giocare, tanto che a volte marinava anche la scuola pur di avere qualche ora in più per cimentarsi in strada con gli amici.

Magari a piedi nudi, per non sporcare le scarpe buone. All’oratorio della chiesa di San Filippo Neri lo chiamavano ’U Turcu’ per il colore che assumeva la sua pelle d’estate. Con la giovane squadra della Massiminiana, il suo talento esplose, portandola a suon di gol alla promozione in Serie C. Intanto il destino stava preparando a Pietro una sorpresa. Nell’aprile del 1966 il general manager del Varese, Casati, fu costretto a rimanere a Catania un giorno in più, perché aveva ceduto il suo posto sull’aereo per Milano a una donna incinta che aveva visto agitarsi disperata di fronte alla biglietteria. Mentre sorseggiava un aperitivo, il barista, che lo conosceva, gli consigliò di dare un’occhiata a un formidabile ragazzino che avrebbe giocato dopo poche ore nel derby Massiminiana-Paternò. E lui, incuriosito dall’entusiasmo con cui gli era stato regalato quel suggerimento, alla fine ci andò davvero, e si ritrovò immerso in una bolgia di venticinquemila persone. In campo c’era Pietro Anastasi.

Vedendo giocare quel ragazzino indemoniato dagli occhi spiritati, Casati non ci mise molto a dare ragione a quel barista, e col pensiero ringraziò anche la donna incinta dell’aeroporto. Convinse subito Pietro a seguirlo nel suo Varese, che allora militava in Serie B. Dalla Sicilia al nord, genitori con gli occhi lucidi e la pazza voglia di far vedere
quanto valeva anche lontano da casa: così iniziò la favola felice di Pietro Anastasi da Catania. Si ritrovò al fianco di giocatori eccelsi come Picchi, Sogliano, Pozzo e Maroso. Arrivò anche la promozione in Serie A, e tra le tante partite, una in particolare accese l’attenzione della dirigenza bianconera nei suoi confronti: quella con la Juve. Lì Anastasi non si contenne, siglando 3 dei 5 gol con i quali il Varese mise clamorosamente in riga la Vecchia Signora.

L’Avvocato voleva a tutti i costi portare a Torino quel ragazzo saettante che riusciva sempre a fare gol, e alla fine la Juventus lo strappò all’Inter per circa 660 milioni di lire. Intanto era arrivata la maglia azzurra e lo splendido trionfo agli Europei, dove Anastasi segnò in finale il secondo, decisivo, indimenticabile gol dell’Italia contro la Jugoslavia: una girata di destro dal limite dell’area che infilò senza appello il portiere slavo. Allo stadio Olimpico apparvero sugli spalti migliaia di fiaccole improvvisate, ricavate dai giornali, per salutare quella storica vittoria, uno spettacolo che è ancora negli occhi di tutti gli azzurri che disputarono quella partita.

Anastasi – Pietruzzo, come lo ribattezzò con affetto il cantore di gesta bianconere Vladimiro Caminiti – era un centravanti istintivo, guizzante, capace di arpionare la palla persino quando arrivava in ritardo e di trafiggere il portiere avversario in mille modi diversi. Ma sapeva anche manovrare e crossare per i compagni. Un predatore d’area dalle giocate geniali, sempre però al servizio della squadra, mobilissimo; un centravanti di movimento simile solo a se stesso, dentro una sequenza di scatti che spesso si concretizzavano in gol. Con i primi soldi, Pietro comprò un appartamento ai suoi genitori; intanto, dopo qualche difficoltà di ambientamento a Torino, e qualche diffidenza di troppo, riuscì a sciogliersi e a far gruppo con alcuni compagni, tra cui Roberto Bettega, finendo spesso a cena tutti insieme. Proprio col torinese Bettega, così diverso da lui, Anastasi ha formato una delle coppie del gol più straordinarie e affascinanti dell’intera storia della Juventus. Nella stagione 1971-72 mise a segno 11 gol, in un’annata resa complicata dalla malattia che aveva messo fuori gioco proprio Bettega, e vinse il suo primo scudetto in bianconero.

Sugli spalti apparve uno striscione: ANASTASI PELÉ BIANCO. La gente cominciò ad appendere le sue foto in casa o nel posto di lavoro. La «febbre Anastasi» aveva già contagiato tutta la tifoseria bianconera, e lui era ormai un simbolo, non più solo un giocatore di calcio. Erano in molti, tra gli immigrati a Torino di quegli anni, a riconoscersi nel furore agonistico di Pietro, nei suoi tratti così marcatamente meridionali e negli occhi saettanti. I gol di Anastasi erano il loro riscatto sociale, l’immagine di un sud vincente, la gioia da condividere con un giocatore che sentivano vicino, perché era uno di loro che ce l’aveva fatta, uno di loro a cui voler bene, col quale consolarsi e divertirsi la domenica pomeriggio allo stadio. Lo fermavano per strada, per incitarlo e ringraziarlo, e lui, commosso e orgoglioso, sorrideva. Un avversario, durante una partita, provò a mortificare le sue origini, dandogli del terrone. Lui non si scompose e replicò: «Sarò pure terrone ma guadagno più di te, polentone!». A vedere Pietro allo stadio c’era sempre la moglie Anna, che non si perdeva una partita e a pranzo la domenica non mangiava per la tensione. Anna difendeva Pietro con le unghie e coi denti, in caso di necessità, e quando un tifoso lo apostrofava in malo modo dopo un errore davanti alla porta, lei si alzava di scatto e lo redarguiva in malo modo: «Cretino sarà lei! E poi se sbaglia un gol casomai sarà un bidone, ma cretino proprio no. Cosa c’entra?»

Memorabile la sua tripletta nel corso di uno Juventus-Lazio dell’aprile del 1975, quando, entrato in campo a 20 minuti dalla fine, realizzò 3 reti nel giro di soli 5 minuti, dall’83’all’88’. Pietro Anastasi alla fine ha giocato 302 partite, segnando con la Vecchia Signora ben 129 gol e conquistando in tutto 3 scudetti. Oggi, nel suo portafoglio, conservava ancora quella foto scattata al Cibali tanti anni fa, insieme a mister John Charles.

Ciao Pietruzzo, e grazie.


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