Se si crede e si lavora si può: il Cholismo che ha battuto il Maxismo

di Silvia Sanmory |

simeone

“Si se cree y se trabaja, se puede” (“Se si crede e si lavora, si può”)

(Diego Simeone)

Sarebbe una notte da dimenticare quella di mercoledì.

Uso il condizionale perché non è così automatico scordarsi una delusione (nonostante mi ripeta come un mantra che ci rimangono altri 90 minuti per recuperare).

Scordarsi della Juve desaparecidos del secondo tempo, del nostro centrocampo soggiogato dagli avversari, dell’incredulità mista a sconforto di Ronaldo seduto a terra, lui che ha segnato 22 gol all’Atletico Madrid e che dal 2011 è sempre arrivato almeno a giocare una semifinale di Champions, altro che rischiare di uscire agli Ottavi. Eppure da quando è sotto la guida di Allegri ha invertito la rotta: un solo gol in sei incontri della competizione.

Beffato dai colchoneros, sbeffeggiato con raffiche di insulti e di buu dagli oltre 60.000 tifosi stipati al Wanda Metropolitano, ha perso la testa persino un rigoroso come lui e ha risposto alle provocazioni con un gesto: la mano aperta a mostrare il cinque, il numero delle Champions vinte di cui due proprio contro l’Atletico Madrid (a Lisbona nel 2014 e a Milano nel 2016).

In un certo senso questa notte da dimenticare è stata anche la notte dei gesti; Diego Simeone dopo la prima rete si è lasciato un pò andare all’euforia generale con una “teatralità” poco  edificante, da remake de “L’allenatore nel pallone” o da birreria con maxi schermo e rutto libero più che da eurovisione.

Ma la sua irruenza è nota, uno che vive la partite con una tale foga che  alla fine è spossato e provato come una rockstar che scende dal palco dopo un concerto.

E’ un tipo passionale Simeone ma razionale al tempo stesso, rivoluzionario quanto basta per essersi guadagnato più di una volta il paragone con il Che, argentino come lui che filosofeggiava così: “Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza”. 

Simeone, detto El Cholo, è come un comandante che si schiera con la sua truppa. Da l’idea di avere l’istinto della competizione sempre attivo e soprattutto la determinazione e la rabbia (agonistica) di un condottiero che scende in campo con i suoi uomini.

Non stupisce che sia stato uno dei pochi allenatori in grado di cambiare in poco tempo la storia e le sorti di un club: da quattro punti sopra la retrocessione come si è visto consegnare l’Atletico al quinto posto in classifica nei giro di pochi mesi; e a seguire sei trofei, quattro finali europee, porta inviolata quasi nel 50% delle partite di Champions (non incassare reti è uno dei suoi pensieri fissi) tanto per citare qualche dato.

La mente dei “colchoneros” marchiati con il 4-4-2 e che sa riscrivere la squadra in corso d’opera rincorre la Coppa dalle grandi orecchie già da tempo, con due finali perse contro il Real Madrid; è il trofeo che manca nel suo già discreto Palmares.

E la notte da dimenticare di mercoledì è stata, purtroppo per noi, il suo capolavoro anche se ci abbiamo messo del nostro per aiutare il più modesto Atletico a battere la favorita bianconera: tirato poco e difeso male, come per stessa ammissione di Allegri. 

Due allenatori molto diversi Allegri e Simeone, accomunati soltanto dall’essere entrambi dei vincenti (anche se Allegri sino ad ora ha vinto di più) ma con ideologie calcistiche molto diverse.

Ad esempio il nostro Acciughina è l’uomo degli equilibrii; dal punto di vista tattico tende a privilegiare le caratteristiche del singolo giocatore adeguando il modulo di gioco; invece Simeone adatta i giocatori al modulo, privilegiando la visione d’insieme più che l’individualità, lo spirito collettivo come arma vincente.

Ma al di là dei paragoni mi chiedo se El Cholo potrebbe essere adatto alla nostra panchina, ovviamente solo ipotizzando anche perché in questi giorni ha rinnovato il contratto con l’Atletico sino al 2022. 

Leader piuttosto autoritario che gestisce in maniera maniacale ogni dettaglio, guida con regole precise e precetti inderogabili come sacrificio, determinazione ed intensità; del resto la squadra che allena lotta e si sacrifica concedendo il meno possibile agli avversari. Con tutti i mezzi, anche utilizzando la difesa per attaccare. Il suo motto potrebbe essere questo: ti metto nelle condizioni di non giocare bene. Amen.

La difesa è il suo baluardo, la rocca dietro la quale ha costruito i suoi successi. La regola madre che, insieme al pressing, costituisce  l’essenza del Cholismo è sintetizzando questa: la linea di difesa non si deve mai scomporre. Punto.

Scomporre e ricomporre invece nel vivo di una partita è un altro dei suoi assunti: mercoledì sera El Cholo ci ha messo a tappeto con tre cambi decisivi fatti in dieci minuti: due esterni, Lemar e Correa, e Morata, centravanti irruento hanno sgonfiato le nostre velleità.

Ad Allegri restano un paio di settimane per preparare la risposta e il contrasto al Cholismo sperando in un esito ovviamente favorevole; e ancora di più sperando che nella finale di giugno, in quel Wanda Metropolitano, Ronaldo ci sia e possa aggiungerà una mano…