Chiellini, ma quale DNA?

di Davide Rovati |

Finché Giorgio Chiellini, nella sua invettiva contro i difensori moderni, parla della scuola italiana, sottintendendo l’esistenza di un genius loci ormai rovinato a causa del mostro chiamato “impostare l’azione”, posso pure turarmi il naso. Il concetto di fondo, cioè che i marcatori puri sono sempre più rari, è un dato di fatto inconfutabile, anche se la spiegazione fa tanto Nonno Simpson che grida alle nuvole. Chiellini prende un normale elemento dell’evoluzione del gioco del calcio, cioè la tendenza dalla specializzazione all’universalità, l’enfasi sempre più marcata sul collettivo, e lo correla con la sparizione dei marcatori a uomo in Italia, inventando un nesso causa-effetto che non esiste.

Sono ormai molti anni che tutte le squadre di Serie A, persino il Chievo di Dainelli e Gamberini, provano a costruire gioco partendo palla a terra dalla difesa, quindi sapere trattare il pallone non è più un optional per un difensore. E quindi già qui mi piacerebbe fermarlo per chiedergli (a lui come a tutti i nostalgici) perché nel nostro paese un difensore “moderno” che sa impostare e non marcare viene considerato la massima espressione della degenerazione guardiolista, però se un attaccante “vecchio stampo” non fa pressing e non partecipa alla fase difensiva viene massacrato. Calcio totale a targhe alterne, insomma.

Ma poi Chiellini fa un salto enorme quando ricorda di aver già spiegato che la Juve non avrebbe mai vinto 6-0 come il Real perché non è nella nostra filosofia. Aspettate, che c’entra la Juve? Non si parlava della scuola dei difensori italiani?

Cerchiamo di parafrasare: secondo Chiellini una società per azioni quotata in borsa, con 500 e passa milioni di fatturato, dovrebbe effettuare scelte strategiche e gettare le fondamenta sportive del suo futuro basandosi sulla propria “storia”. Sul proprio “DNA”. Quale sarebbe secondo Chiellini il DNA della Juve? La famosa frase sui 6-0 del Real lascia spazio a qualche interpretazione: sarà la forza della fase difensiva? La tendenza a non prendere rischi? A gestire le energie?

Chissà cosa pensava Giorgio del DNA della Juventus nel 2011, quando contribuì in prima persona a inaugurare il ciclo più vincente della nostra storia in una squadra che applicava marcature preventive fino a oltre la metacampo e aggressività guardiolista per cercare il recupero immediato del pallone, con un allenatore che lo forzava ad alzare la testa e giocare la palla a terra sempre e comunque, anche a costo di commettere errori.

O chissà cosa ne pensava nel 1995, quando una delle Juventus più spettacolari della storia tornava al titolo di Serie A (battendo 4-0 i diretti concorrenti del Parma) nonostante le 32 reti subite in 34 partite. Chiellini aveva 11 anni all’epoca e, se non ho sbagliato i conti, gli unici giocatori di quella Juventus a essere diventati suoi compagni di squadra sono stati Angelo Di Livio (alla Fiorentina) e Alessandro Del Piero.

Dobbiamo proprio fare uno sforzo di retorica immenso per trovare un trait d’union che tenga insieme squadre ed esperienze così diverse, composte da uomini diversi in periodi diversi. La narrativa della “tradizione” può certo affascinare il tifoso, per natura portato a cercare nella propria passione degli elementi morali che lo illudano di essere migliore o anche solo diverso dai tifosi di altre squadre. Ma nel 2017, in un calcio che è ormai un business planetario, un calcio in cui le squadre sono aziende, non parrocchie, la narrativa della “tradizione” (o “DNA”, o “filosofia” a dir si voglia) non può più avere spazio fra gli addetti ai lavori. Le società per azioni non conoscono la coazione a ripetere, per fortuna.

Se la Juve ha basato gli ultimi successi domestici e la sua crescita europea sulla fase difensiva quindi non è certo in nome di una qualche identità storica, ma perché, semplicemente, ha avuto tre fra i più forti difensori al mondo e zero fra i più forti attaccanti al mondo. Chiamatela strategia, ottimizzazione dei punti di forza, come volete: in ogni caso è stata una scelta legata alle contingenze e non c’è nulla che ci dica che la strada per vincere sarà sempre, ineluttabilmente, la stessa.

Si guardi proprio alla parabola di Guardiola, il “nemico” di Chiellini: il famigerato tiki-taka nasce dalla necessità di ottimizzare una generazione unica di talenti che si esaltano nel gioco corto e nel palleggio. Lontano da Barcellona, Pep non ha mai pensato di poter replicare la creazione originale e ha sempre cercato di adattarsi ai punti di forza delle rose, mantenendo intatti i principi base della sua idea di gioco. Il Barcellona stesso, con il tramonto di Xavi (e quello di Iniesta alle porte), si è predisposto per cambiare pelle, acquistando giocatori dalla fisicità straripante e funamboli in grado di “strappare”.

Anche la Juve, smantellando la gloriosa BBBC, ha dato il là a una piccola e graduale rivoluzione. Speriamo che se ne renda conto anche Chiellini.