Giorgio Chiellini e la terza via del calcio

di Giulio Gori |

È un deciso sì al guardiolismo, al nuovo calcio, ma con la necessità di non dimenticare la lezione italiana, l’intervista confessione di Giorgio Chiellini per la rivista francese So Foot. «Quei tre-quattro anni di Guardiola al Barcellona hanno segnato un punto di svolta. Da quel momento, molte squadre hanno voluto imitare quello stile, e hanno fatto bene, perché bisogna adattarsi alle evoluzioni – spiega il capitano bianconero a Andrea Chazy e Lucas Duvernet-CoppolaMa allo stesso modo credo che ogni squadra o ogni nazione debba conservare la propria identità di gioco. Questo non vuol dire rifiutare di aggiornarsi o di progredire. Oggi l’Italia offre un calcio molto spettacolare e ha dei giocatori molto tecnici, ma penso che non potrà mai essere come la Spagna. Noi dobbiamo avere le nostre caratteristiche e dobbiamo conservarle, sempre però adattandoci alla modernità del gioco».

È una Terza Via del calcio quella proposta da Giorgio Chiellini alla rivista transalpina. Che racconta la necessità che oggi i difensori, anche italiani, sappiano giocare il pallone, ma «senza tuttavia mettere da parte quel che ci ha caratterizzato per tanto tempo: il duello – prosegue – Secondo me, si fa troppa tattica e non si fanno abbastanza duelli». La lunghissima intervista, intitolata «Un difensore deve essere pessimista», parte da molto lontano. Da quella Livorno, che Chiellini decide di non abbandonare a 16 anni, malgrado la chiamata dell’Arsenal, per avere un’adolescenza normale, per continuare ad andare a scuola, per mantenere i piedi per terra. Con qualche cenno di nostalgia per il mare e per le colazioni alla storica Baracchina Rossa. Il capitano della Juventus racconta la propria formazione calcistica, le malizie imparate da ragazzo grazie ai giocatori navigati delle categorie inferiori, il passaggio da terzino a centrale con Deschamps, il suo lungo ma importante miglioramento tecnico, che l’ha portato a fare cose con i piedi che da giovane non avrebbe mai immaginato. Culminate con la responsabilizzazione della stagione 2017/2018, quando, senza più Bonucci al proprio fianco, ha dovuto per la prima volta farsi davvero carico del giropalla difensivo.

Chiellini, nell’intervista, insiste più volte sul concetto del duello. Che nella sua carriera è sempre andato a cercare, «per guadagnare fiducia sul terreno di gioco, un giocatore ha bisogno di rassicurarsi forgiando le proprie certezze: e vincere i duelli mi ha molto aiutato». Anzi, vincerli, provoca persino «piacere, una botta di adrenalina». Nel testo c’è un omaggio a Ibrahimovic, il «nemico» fisicamente più duro mai affrontato. Poi, il capitano racconta come un difensore, oggi, si costruisce, studiando gli avversari, lavorando sui propri limiti, ma avendone anche coscienza. Ecco perché un difensore non può mai essere
ottimista: «In campo, un difensore deve essere pessimista, perché un tuo compagno può perdere palla, il tuo avversario può riuscire in un colpo eccezionale, può essere impossibile da anticipare. Bisogna sempre stare molto attenti, prevedere il peggio, è il costo che devono pagare giocatori normali come me o Andrea Barzagli – dice – Attenzione, Andrea è stato un immenso difensore, ma non non abbiamo le qualità dei fuoriclasse (…). Noi siamo forti, ma non abbiamo margine d’errore: dobbiamo allenarci per prevenire questo tipo di situazioni. Altrimenti, non potremmo annichilire certi avversari». Concetti non molto dissimili da quelli raccontati, qualche anno fa, dallo stesso Barzagli in un’intervista di Federico Buffa, quando spiegava che i progressi tecnici degli ultimi decenni fanno sì che, nell’uno contro uno, oggi sia l’attaccante ad avere un vantaggio nei confronti
del difensore, e che quest’ultimo deve sperare in un piccolo errore, in un’esitazione dell’avversario, per averla vinta.

Ma è proprio su questo punto che Chiellini racconta la sua visione del futuro, di un calcio italiano che si apra alla modernità senza cancellare le sue qualità che l’hanno fatto primeggiare a lungo: «Bisogna tornare ad insegnare i duelli, gli uno contro uno, sia offensivi che difensivi. Non dico che ho la soluzione miracolosa, ma constato e guardo i risultati degli ultimi anni. E mi dico che ci manca qualcosa proprio da questo punto di vista».


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