Chiellini, Bonucci e Chiesa: dna bianconero nell’Italia di Mancini

di Mauro Bortone |

Chiellini Bonucci

L’Italia è in finale agli Europei: domenica si giocherà contro i padroni di casa dell’Inghilterra una competizione che non vince dal 1968 e un successo internazionale che non vive dall’incredibile notte di Berlino 2006.

Si è parlato tanto del valore del gruppo (giustamente) e del lavoro di Roberto Mancini (giustamente) che col suo staff hanno rimesso in piedi una Nazionale reduce dalla clamorosa mancata qualificazione agli ultimi campionati del mondo con la gestione di Ventura. Si parla, invece, poco di quanto peso abbia in questa squadra il sempre vituperato “marchio juventino”.

Non sarà, infatti, la presenza numerica dei giocatori bianconeri a fare la differenza, se paragonata con altre Nazionali del passato (tipo quella del 2006), ma la qualità degli interpreti in campo sì, perché se si ragiona sul peso specifico che la coppia Bonucci-Chiellini stanno avendo nell’economia della squadra di Mancini o, sulla spudorata irriverenza di Chiesa, degna di un veterano spensierato, i conti tornano tutti, tanto da mettere in difficoltà persino le orde di antijuventini di professione.

Partiamo da Bonucci. È forse il giocatore da sempre più divisivo dei tre, anche nel popolo bianconero: spesso sopra la righe a partire dall’esultanza che invita all’utilizzo di un buon collutorio sciacqua bocca, capace di immedesimarsi con l’animo più caldo della tifoseria tanto da confondersi in curva, per poi finire miseramente su uno sgabello per uno scazzo incontrollato col mister e poi scegliere di andare via per spostare equilibri, ritornando alla base col capo chinato. Dentro le sue capriole emotive, c’è l’uomo, fatto anche di sofferenza familiare per le personali vicende legate alla salute di uno dei suoi bimbi.

Bonucci è stato finora protagonista di un Europeo quasi perfetto dopo un paio di stagioni alla Juve vissute con qualche difficoltà: poche sbavature, tanto ordine e un carisma ritrovato. Se si toglie Chiellini e le sue singole prestazioni super, è l’uomo fondamentale della difesa, l’ha guidata con lo spirito di un combattente vero, sapendo adattare le sue caratteristiche a quelle del compagno di turno. In tanti antijuventini (ma anche tra gli juventini) hanno sempre detto di lui: “Con Chiellini è facile”. Invece, anche senza Giorgio, ha dettato i tempi difensivi e ha mostrato di riuscire a reggere il ruolo di leader.

Su Chiellini, le parole sarebbero sprecate: il suo unico difetto è che non si possa clonare e che, vista la fragilità dei suoi muscoli da capitano, non si possa clonare il Giorgione che non s’infortuna mai. Oggi è così, croce e delizia. L’uomo che, come disse una volta Buffon, se fai le squadre al calcetto è il primo che scegli dalla tua parte. Non ha bisogno di motivazioni per sé, ma sa darle agli altri, caricandoli, abbracciandoli, incitandoli, rinfrancandoli quando sbagliano (vedi abbraccio a Locatelli dopo il rigore sbagliato). E annienta lentamente le certezze degli avversari con la maestria delle coperture, l’utilizzo del corpo, la determinazione che guarda poco ai fronzoli: e poi sorridendogli in faccia, cercando complicità con l’avversario ferito, del tipo “ti ho fregato ma ti voglio bene”.

L’emblema è stato nello spauracchio Lukaku, ridotto a spettatore non pagante, come praticamente avviene ogni volta che incrocia Giorgione. Però gli antijuventini se ne sono accorti solo ora che avere Chiellini dalla propria parte convenga e non per chissà quale “gioco sporco” o “ruberia”, ma perché semplicemente come disse Mourinho a proposito di lui e Bonucci “dovrebbero insegnare ad Harvard”. La Nazionale, in fondo, serve anche a questo: a liberarsi, anche se per poco tempo, dei preconcetti di parte. E così il professore Chiellini, a tinte bianconere, diviene persino eroico nella scena che determina nell’immaginario collettivo il passaggio in finale: ovvero, quando prima dei rigori contro la Spagna, “bullizza” il povero Jordi Alba, mostrando una serenità e una leggerezza che cozzano col pathos del momento, mentre il capitano iberico è una maschera di tensione a cui si aggiunge la sensazione di essere stato (sbagliando) “fregato”.

E poi c’è Chiesa, che più che “una, santa e cattolica” è un’ira di Dio: il giocatore di una personalità immensa, che non ha paura di provare a dare sempre di più, mostrandosi letale anche quando i rifornimenti scarseggiano e non sembra la partita più adatta ad esaltarlo. In tanti antijuventini si sono accorti di quanto sia forte, a dimostrazione che chi parla di calcio spesso non lo segua o usi il paraocchi: perché la stagione del figlio d’arte, in una Juve piena d’incertezza, è stata da leader vero, da giocatore rodato che ha capito come si sta a certi livelli. E in Nazionale Chiesa ha portato lo stesso spirito.

Ci sarebbe anche Bernardeschi, volendo, anche se il discorso oggettivamente nel suo caso è un po’ più complicato, sebbene il rigore calciato contro la Spagna (a differenza del pluriosannato Berardi che invece non è andato sul dischetto) meriterebbe, comunque sia, una lode alla personalità.

Nell’insieme, però, questa Nazionale fa bene se riesce a rendere evidenti le capacità di certi pilastri bianconeri. Anche se l’euforia del momento resta effimera perché l’Europeo è ai titoli di coda e dopo tutto tornerà come prima, ovvero con Bonucci e Chiellini più furbi che bravi e Chiesa giocatore strapagato e sopravvalutato. Sperando che il finale arrida ai colori azzurri, perché altrimenti da eroi i bianconeri torneranno presto ad essere pure capri espiatori.