Quel naso triste come una salita – Chiellini #440

di Roberto Savino |

chiellini 440

Perché, alla fine, celebrare il fuoriclasse che sfodera i talenti negli ultimi sedici metri è tanto bello quanto relativamente semplice. Chiudi gli occhi, immagini la poesia della sua movenza, la carezza sulla sfera, l’incrocio spolverato e la penna scorre da sola con la presunzione di poter svelare in parole le sensazioni chiuse nell’animo.

Quattro anni a Livorno, uno parcheggiato a Firenze e poi solo Juventus, per tredici stagioni, dalla prima, con lo scudetto gelosamente conservato nella sede dell’Inter, fino a quella in corso, Giorgio Chiellini ha sfidato chicchessia con lo stesso grado di generosità. Nella serie inferiore, nel lustro impegnati a risalire la china dopo essere stati scaraventati a valle, in ognuno di questi ultimi anni, scolpiti nella roccia di splendidi trionfi accompagnati da cocenti delusioni.

E così, con 440 presenze, Giorgio ha raggiunto Cabrini al decimo posto nella lista all time in bianconero. Capelli al vento e radioso come il sole e, per questo, desiderato da un’intera generazione di fanciulle, il bell’Antonio galoppava su quella fascia con la sua corsa fluida alla Varenne e, senza degnare la palla di uno sguardo, sfornava cross a ripetizione per i bomber.

Il gorilla, invece, che quella fascia la calca da sempre con mansioni, soprattutto negli ultimi anni, più di contenimento, sembra ogni volta colto dall’esigenza di prendere ogni volta le misure al pallone e, con passi sempre più stretti, spesso ha bisogno di fermarla un attimo per giocarla minimo a due tocchi. Qualcuno, forse non a torto, direbbe “macchinoso” ma, alla fine, che importa.

Lui è il leader silenzioso di questa Juve, sopperisce ai suoi limiti tecnici con il sacrificio e col sudore, impartendo ai suoi compagni lezioni di esempi da seguire. Incarna quello spirito di abnegazione che nelle Juventus vincenti degli ultimi quaranta anni non è mai mancato. Gentile, Furino, Tardelli, Deschamps, Conte, Nedved, lo stesso Mandzukic insieme a lui, ne dimentico di sicuro qualcuno. Altro che soldatini, atleti guerrieri con lo smisurato senso di “squadra” e l’altrettanto sconfinata voglia di affiancare i propri limiti per abbatterli senza pietà. E in un calcio sempre più di figurine questo conta, altroché se conta.

Parole poche, polemiche zero, la carta dell’imprevisto sempre dietro l’angolo, al fischio d’inizio non uno che preveda una sua rete. Ad ogni corner, invece, tutti ad invocare il suo nome, in attesa della zuccata vincente che, spesso, toglie le castagne dal fuoco.

E’ in tutta questa sua essenza che quel naso triste ha preso botte ed ha affrontato le salite. Autentico Bartali in una squadra zeppa di Fausto Coppi, ha vinto quanto e più di loro, togliendo il dubbio che siano stati questi, e non viceversa come è avvenuto, a passargli la borraccia.

Senza arrendersi mai né pretendere privilegi o fasce, con le spalle larghe e un turbante sempre pronto nella borsa.

E contro di lui s’incazzano tutti, non solo i francesi…