Chiedimi se sono De Sciglio

di Luca Momblano |

 

Un anno e mezzo trattenendo il fiato, aspettando una seconda vita. Ci sono tutti i problemi del Milan dell’ultimo Berlusconi dietro la parentesi sospesa della parabola di Mattia De Sciglio, ragazzo-prodigio di un ruolo dalle profonde e impegnative tradizioni italiane. C’è però anche del suo dentro i confini di questa bolla, e il ragazzo lo sa, senza doversene fare una ragione. Ci sono anche vizi e virtù del grande calcio, ormai frenetico e sprezzante, c’è un ottimo concentrato di tutti i suoi ammiccamenti e dei suoi tradimenti.

Una storia, quella di De Sciglio, in cui c’è anche il rimanere appeso a una parola, quando non c’è più parola che tu riesca a sopportare. Quando è troppo, quando il termine di misura è Maldini senza Baresi che indica la strada e senza compagni capaci di aprire un qualsiasi paracadute. Mattia De Sciglio si ritrova a essere un Garrone senza più maestri da ascoltare.

Tutto questo succede al Milan 2012-2017, il Milan dimenticato delle 110 presenze di De Sciglio, squadra senza un papà (una guida iconica) e senza una mamma (un riferimento emotivo credibile). Riformatorio che accoglie, trita e produce scorie di calciatori.

Doveva essere una favola, e invece è come trovarsi dentro l’acqua che scorre, a mulinello, dentro il lavandino. Ecco adesso scoperto perché i libri per bambini non vanno mai gettati via: li si può riprendere in mano e reinterpretare. Parole semplici, parabole complesse, significati nuovi. Introduzione: il campo (?) dell’oratorio di Pontesesto, a due chilometri da Quinto de’ Stampi, frazioni di Rozzano a sud di Milano. Il trampolino, perché un certo Bertani (allenatore, osservatore, educatore, uomo di calcio) ha l’occhio come un falco e lavora per il Milan.

– Chiedigli se lui è De Sciglio.

– Mattia!

– Eh.

– Sei De Sciglio?

– Sì.

*risata  timida*

– Beh, in effetti, sarai De Sciglio per sempre.

(forse)

Il Milan lo vuole, lo gira alla società satellite Cimiano (nord-est meneghino). Bisogna attraversare Milano parecchi giorni alla settimana invece di guardare i cartoni animati. Categoria Pulcini, 7-8 anni. Presto arriveranno le prime partite, con regole strane, in cui però ci si sente già grandi. De Sciglio è inopinatamente troppo, non serve più l’occhio dell’esperto: difensore centrale che guida la difesa. Va ripreso immediatamente, dicono al Milan. Ha tempismo, sprint, gioca a testa alta. “E’ preciso”.

Mattia ha però un difetto, non una macchia: De Sciglio è un maledetto perfezionista, pacato e crudele anche con se stesso, nato sotto il segno della Bilancia. Cioè la più infingarda anticamera dell’autocritica, il più bizzoso termometro dell’autostima.

La trafila giovanile in rossonero viene attraversata da protagonista, sempre nel mezzo della retroguardia, sempre con (e contro) compagni e avversari di un anno più grandi. Il papà è juventino, Mattia trasforma per un lunghissimo e interminabile istante i colori di famiglia. Poi… poi…

– Chiediglielo, lui è De Sciglio.

A parlare è Aldo Dolcetti (oggi tattico di Massimiliano Allegri), l’inventore del De Sciglio in carriera, esterno addirittura alto di centrocampo a destra, ma con una gamba pazzesca e una sicurezza nella pedata e nella posizione che non si può non parlarne al mister della prima squadra. D’altronde nasce centrale, ha senso del gioco e delle distanze. E’ una cosa grande, quella che fa Dolcetti. Di fatto porta Mattia per mano a Milanello.

– Sei De Sciglio?

Parla Marco Landucci (oggi allenatore in seconda di Allegri). E’ il collaboratore di cui l’allenatore rossonero più si fida, e non c’è sempre un perché.

– Allora, ti ho chiesto se sei De Sciglio.

Annuisce secco. Mattia capisce che sta succedendo qualcosa. E’ acuto, non sogna. Si tratta del momento da non perdere, serve farsi trovare pronti e servirebbe anche tapparsi le orecchie. O tenere il fiato sospeso da subito, per non sentire la differenza con l’ultimo anno e mezzo. Ma con quei compagni lì è facile volare, è normale sentirsi forti. Anche un po’ arrivati. D’altronde la Polo bianca è diventata un Audi superlusso. “L’uomo è ciò che mangia” scriveva Feuerbach.

Lui però, appunto, è un severo perfezionista. Quindi il primo ad accorgersi che qualcosa si sta rompendo, quando viene l’ora e il tempo rema contro e sfugge di mano. Passano gli anni, si lotta, si sgomita, ci si delude e ci si fida di chi ti dice esattamente cosa e come si debbono fare le cose. La ricerca della perfezione è in se stessi, ma soprattutto nel confronto con gli altri. Soprattutto con i maestri.

– Non sono Maldini, sono De Sciglio.

La fatidica frase. Allegri ha la memoria lunga. L’unico ad averla ascoltata, o forse sognata, è proprio il tecnico che lo ha lanciato senza parole cervellotiche in un Milan di livello internazionale. Il mister ha mantenuto la parola allora come adesso. Di questo bisogna dargli atto. Si ritroveranno a Torino. E Mattia dovrà tornare a correre, a vincere e a fare prestazione. Dovrà subito tornare a crescere. Ne sarà costretto, per non continuare soltanto a tenersi a galla.

E se è vero che una favola da completare corrisponde anche a una nuova possibilità, allora Mattia dovrà anche tornare a guardare in faccia la realtà, imperfetta per natura.

E la frase sputata in faccia ad Allegri, a quel punto, con lo sguardo una volta cattivo e rinato, dovrà essere:

– Chiedimi se sono De Sciglio.

Se lo chiedono in tanti.

 

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