Chiamarsi Juve senza essere Juve

di Gianlorenzo Muraca |

Con un mix di scelte miopi, programmazione deficitaria e fattori imprevedibili sia in che extra campo, la Juve ha bruciato il vantaggio siderale (economico e sportivo) che aveva nei confronti dei competitors nazionali, orfana dei valori su cui ha costruito vittorie e fama.

La premessa ad ogni ragionamento legato agli ultimi 24-30 mesi dovrebbe esser questa. Intendiamoci, del tutto fisiologica: il concetto di infallibilità è estraneo a qualsiasi logica aziendale, specie in ambito sportivo. Che altre società abbiano scelto e programmato meglio della Juventus negli ultimi due/tre anni è qualcosa di assolutamente normale, basta soltanto rendersene conto.

Sì, perché la sensazione è che la Juve sia vittima di un bizzarro paradosso: continua a godere del suo nome senza la sua identità. Si ritiene ancora che basti chiamarsi Juventus per portare a casa le partite e che avere Allegri in panchina sia sufficiente per vincere i campionati, come se non si accettasse tutto il resto, come se non ci fosse l’adeguata consapevolezza della premessa fatta poc’anzi.

Se non si esce da questa logica (folle), che per inciso è la stessa in base al quale comprare CR7 volesse dire vincere la Champions, si rischia di perdere di vista la realtà, rendendo (paradossalmente) intollerabile un 1-1 in casa contro una squadra che quattro mesi prima, nello stesso stadio, ti aveva battuto 0-3 (in una partita in cui c’era in palio la vita e con un CR7 in più).

Il punto non è che si potesse vincere col Milan, che sarebbe potuto entrare X e non Y, ecc. Tutte le considerazioni di campo nel merito possono essere più o meno corrette, più o meno condivisibili. Il punto è farle partire dalla logica giusta, una logica in cui si accetta di non essere i più forti, ma si ambisce con umiltà e fame a ritornare ad esserlo, in cui si rispetta il lavoro altrui pur concentrandosi sul proprio, in cui ricostruire è un valore e non una vergogna e vincere è un merito e non un diritto.

Se si inizia a ragionare in quest’ottica, allora può avere un senso parlare di quello che succede in campo, di come si sarebbe potuto (e dovuto) avere dei punti in più e di cosa aspettarsi da questa stagione, che è ancora lunghissima e in cui avremo modo e tempo di dire la nostra, se oltre a chiamarci Juve torneremo finalmente ad esserlo.


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