Chi è e dove va Daniele Rugani

di Valeria Arena |

Quante volte può passare un treno nel corso di un’intera esistenza? Per alcuni due, tre, quattro, cinque, dieci, cento volte e via all’infinito, per altri, se tutto gira per il verso giusto, solo mezza, esattamente come accade per la distribuzione della ricchezza e di qualunque altra forma di piacere o disgrazia. Questo perché la vita, splendidamente ingiusta, se ne frega e continua a fare quello che le pare.

Non è di talento che qui si parla, anche perché, di quello, Rugani ne possiede abbastanza, ma di occasioni e di possibilità. Gli anni infatti passano, insieme agli scudetti, alle coppe, alle finali perse, agli allenatori e persino ai crosciati rotti, ma lui non passa mai. Sta lì, fermo, stoico, immobile, imperturbabile e ben piantato per terra, neanche fosse una quercia secolare, come se tutti non gli chiedessero altro che di essere presente. Come se bastasse solo quello. Richiesta strana per un giocatore che non è mai riuscito nell’ardua impresa di infondere fiducia in chi lo circonda, nonostante la sua bravura.

Rugani ha avuto tante occasioni quante sono state le disgrazie che hanno colpito i difensori centrali della Juve, ossia crociati rotti, capelli bianchi, fughe e infortuni vari, è cresciuto in seno alla BBC, ne ha fiutato e visto la fine, eppure il suo turno non è mai arrivato. Il suo ruolo, semmai, è stato quello di farsi trovare pronto in tempi di tempesta, di prendere il timone ogni qual volta l’acqua entrava nell’imbarcazione. Ci è riuscito quasi sempre dignitosamente, eppure il suo ruolo non è mai cambiato, è rimasto quello del tappabuchi, per dirla brutalmente. L’unico problema è che la barca che si è scelto di buchi non ne vuole anche se sistematicamente se li ritrova.

Sarà forse per quell’aria angelica e serafica che mal di addice al ruolo che si è scelto, se ancora oggi Rugani è il Rugani di cinque anni fa, almeno ai nostri occhi. Sarà che uno che ringhia, in quel ruolo, mette più sicurezza di uno che non ringhia, e che la fame e l’ambizione sono il seme di questo mestiere, ma la verità è che le gerarchie non hanno mai detto bugie e che Rugani è sempre stato giustamente dietro ai più forti. A lui, però, è rimasto il ruolo più logorante, quello del salvagente e delle scialuppa messi insieme.

Praticamente Rugani non è solo quello che aspetta, attività che da sola ti toglie anni e anni di vita, ma è pure quello che spera arrivi la tempesta per mostrare a tutti quanto è importante.

Quante volte quindi può passare un treno? Pure cento, certamente. Il problema è capire se quel treno gira su se stesso, se ti porta sempre verso la stessa direzione e se ti va bene così. In questo caso il mistero resta. Ancora oggi non sappiamo infatti se Rugani si trova dove si trova per caso, per scelta personale, per scelta altrui, per inerzia, perché nessuno caccia fuori i soldi o perché attende ancora giorni migliori, l’eterno ottimista.

 

Ora, a parte l’invida di tutti questi portoni spalancati, quello che possiamo iniziare ad apprezzare di questo giocatore è la sua capacità di farsi trovare lì sempre pronto. Certo, gli mancheranno ancora le grandi occasioni, quelle che fanno davvero tremare le gambe, ma il suo esserci, insieme alla sua capacità di stare nelle retrovie, per talento naturale o per semplice forza interiore, vale già gran parte della nostra fiducia. Essere presente nel modo in cui è presente Rugani delle volte sembra pure una vocazione, oltre che una punizione.

 

D’altra parte il calcio è fatto sì di numero 1, numeri 7 e numeri 10, ma anche e soprattutto di numeri che non si ricorda nessuno. Tutti vogliono essere i primi e nessuno i secondi. In questo mondo di eroi, allora, l’unico grande gesto politico rivoluzionario resta quello di scegliere di essere Robin. Forse Rugani lo ha capito, chi lo sa.