Torna la Champions, tre punti, tre gol, zero preoccupazioni

di Leonardo Dorini |

E’ tornata la competizione che amiamo, che ci fa soffrire, che tutti gli anni (e quest’anno ci siamo per il rotto della cuffia), ci riporta a sensazioni di emozione, di possibile grandezza, di timore, di paura, di troppi ricordi.

C’è la trasferta a Malmoe e la memoria non può che ritornare alla prima partita di Allegri in Champions in bianconero, 7 anni fa, e alla memorabile dichiarazione, di qualche tempo dopo, sulle “facce di questo colore qui, bianco” che il Mister vedeva negli spogliatoi all’inizio di quella stagione che poi ci portò a Berlino e del ciclo dei nove titoli in cinque anni per il livornese.

Sono altri tempi, ora, e veniamo da tre anni (uno con Max) di magre soddisfazioni, di eliminazioni cocenti, di delusioni premature; ma si riparte, con un rito quasi di rigenerazione, tutti gli anni, per le emozioni che ci dà questo torneo; da questa stagione non ci sarà più la regola del gol in trasferta, che ci ha fatto fuori così spesso, speriamo sia di buon auspicio, ma ne parleremo in marzo.

Al primo turno di Champions ci arriviamo mal messi, molto mal messi: un punto in tre gare, ci facciamo gol da soli, e poche cose positive da salvare in campionato: qualche geometria in più, una difesa che sta crescendo, ma molto da fare; “zitti e lavorare”, dice il Mister, sul quale sono puntati tutti gli occhi: è Allegri che deve rifondare questo gruppo, è su di lui che abbiamo puntato, poche storie.

Ma ecco che arriva, la bella serata, ci voleva: la vittoria chiara, senza sbavature. Si chiude tutto nel primo tempo, e, vivaddio, non si riapre più, per nulla.

Nella conferenza stampa pre-partita Bonucci aveva parlato di “problema di continuità mentale”, con continui appelli “a lavorare”, alle “poche chiacchiere”, al “ritrovare l’umiltà”; sono quelle dichiarazioni che, se poi ti va male, fanno imbestialire i tifosi, ma non sarà questo il caso.

Allegri viene sollecitato sulle famose dichiarazioni di cui abbiamo parlato, ma ricorda che la situazione oggi è diversa rispetto a quel Malmoe; allora c’era un’atmosfera negativa per l’eliminazione dell’anno prima, mentre ora la Juve “non è favorita”, ma viene ad anni proficui ed è chiamata a ritrovare la sua posizione “nelle prime 8”.

Si gioca e la Juve scende in campo con un 4-4-1-1 semplice e ordinato; gli svedesi partono forte, provano a incutere un po’ di timore con la fisicità e la corsa, ma poi i bianconeri iniziano a farlo funzionare, questo schema: c’è un Alex Sandro molto dinamico, spesso in area, un Dybala fra le linee, e talvolta persino fra quella di centrocampo e quella di difesa, sempre bene Cuadrado, un buon Locatelli, che sta crescendo gara dopo gara, un Rabiot tonico da centrocampista di sinistra, che giostra bene insieme ad Alex Sandro da quella parte.

E’ proprio quest’ultimo che si fa trovare in area ed appoggia in porta di testa, quasi per terra (“pur di non colpire di destro”, maligna Marocchi in cronaca); poi un rigore, un po’ generoso forse, con Dybala che in scivolata è sempre letale (che paura!), e infine Morata finalizza un assist di Rabiot.

Partita in ghiaccio, si direbbe, se non fosse che già due volte eravamo andati in vantaggio nel primo tempo; ma in realtà ci resta, nel ghiaccio, ed anzi vi sono varie occasioni per fare il quarto gol; pochi i rischi, nessuna sbavatura in difesa, Tek sicuro, Bonucci in cattedra, de Ligt possente, Rabiot in trance agonistica, corre fino al minuto 93.

Zero gol presi, tre gol fatti, tre punti. A dirlo dopo, pare tutto facile, si può dire “test non probante” ma non era affatto scontato.

Il 29 settembre c’è il Chelsea Campione d’Europa a Torino, e sarà un’altra musica