Champions, Superlega e l'esempio da non imitare della Fiba

di Claudio Pellecchia |

Qualche giorno fa, nel colpevole silenzio dei media, forse troppo impegnati a seguire le beghe da asilo Mariuccia tra Totti e Spalletti o a calcolare di quanti centimetri fosse in fuorigioco lo scarpino di Icardi contro il Napoli, lo sport italiano è stato scosso da una lettera. Questa:

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Per i meno addentro alla cosa, si tratta di un comunicato a firma dell’Executive della Fiba (Federatione International Basketball Association) che rendeva noto a 12 federazioni (Slovenia, Spagna, Russia, Serbia, Montenegro, Croazia, Turchia, Lituania, Israele, Polonia, Bosnia, Macedonia e, appunto, Italia) la loro esclusione dalla prossima edizione di Eurobasket, il campionato europeo per nazioni. Il motivo? Il non aver voluto sottostare al diktat imposto dalla Federazione Internazionale che vuole la partecipazione obbligata delle squadre di club alle nuove competizioni internazionali create per prendere il posto di Eurolega ed Eurocup, gestite privatamente dall’Uleb (l’Unione delle leghe cestistiche europee). Si tratta, di fatto, dell’ultimo atto di uno scontro frontale annunciato da tempo.

Riavvolgiamo il nastro. Nel 2001, vista l’impossibilità da parte della Fiba di organizzare una competizione europea per club degna di nota, la stessa Federazione Internazionale da il nulla osta affinché l’equivalente della Coppa dei Campioni calcistica (nonché, successivamente quello dell’Europa League) continuasse ad essere organizzata secondo il formato deciso dall’Uleb che, in quanto organizzazione privata sostenuta da sponsor importanti, aveva tutte le risorse necessarie per creare un qualcosa che si avvicinasse il più possibile al modello Nba. Nei successivi 15 anni il progetto funziona: palazzetti pieni, introiti in aumento, giocatori che, molto spesso, scelgono di non attraversare l’Atlantico per continuare a misurarsi con il meglio del meglio del basket del vecchio continente.

I problemi iniziano a sorgere quest’anno quando, contestualmente, la Fiba fa sapere di voler creare la propria Champions League basket, e l’Uleb comunica di voler diminuire il numero di squadre partecipanti alle proprie competizioni: da 32 a 16 per l’Eurolega, da 34 a 24 per l’Eurocup, con l’accesso basato sul sistema delle licenze pluriennali. Il che significa che sarà l’Uleb, sulla base degli investimenti e delle possibilità di crescita economica e tecnica nel medio lungo periodo, a decidere chi potrà partecipare ai tornei, facendo in modo che questi ultimi mantengano nel tempo un alto livello di spettacolarità e competitività. Al momento le licenze già concesse sono 11 su 16 in Eurolega e 21 su 24 in Eurocup.

Inizialmente la Fiba aveva intenzione di far disputare le sue competizioni in modo parallelo a quelle dell’Uleb, cominciando l’anno scorso con la Fiba Challenge Cup (cui hanno partecipato anche squadre di A2 italiana, Biella su tutte) per tastare il terreno. Poi, però, è partita con l’attacco frontale, provando a strappare le big europee all’Eurolega tramite un altro sistema di licenze e finendo con lo scontrarsi con i vertici Uleb (sostenuti, tra gli altri, dal colosso finanziario IMG Group) che, da poco, avevano aumentato a 36 milioni e mezzo di euro annui (sulla base di un accordo decennale) l’indotto da spartire con i partecipanti delle competizioni. Una cifra di gran lunga superiore di quella promessa dalla Fiba: trattandosi, quindi, di un prodotto già avviato, con basi solidissime e con un introito maggiore, nessuna delle grandi d’Europa ha voluto aderire alla proposta della nuova Champions League.

Da questo momento in avanti sono cominciati quelli che, in un sistema di libera concorrenza, possono essere tranquillamente classificati come abusi di potere. Non potendo più avvalersi del sistema delle licenze, la Fiba ha cambiato la formula d’accesso alla Champions League, stabilendo che ad accedervi sarebbero state le vincitrici dei vari campionati, cominciando a far leva sulle squadre di seconda fascia che, pur se campioni nazionali (Sassari l’anno scorso l’esempio più calzante), non avrebbero mai potuto partecipare alla massima competizione europea attualmente vigente poiché sprovviste della licenza Uleb. Da qui in avanti, poi, la Fiba ha proseguito nella sua opera di intimidazione  aumentando le date del calendario da dedicare alla nazionali, in modo da ridurre i tempi tecnici necessari all’organizzazione della nuova Eurolega (e Eurocup) della prossima stagione. Conseguenze? In alcune settimane ci saranno squadre che si troverebbero sottoposte a due turni infrasettimanali da dedicare tanto alle competizioni Uleb quanto a quelle Fiba. Prima del coupe de théatre finale: costringere le varie federazioni (tra cui la nostra che, similmente a quella calcistica, vale poco o nulla a livello internazionale) a imporre ai club la partecipazione esclusivamente alle nuove competizioni, pena la squalifica dal campionato delle squadre recalcitranti oltre a quelle delle nazionali dalle competizioni come Europei e Mondiali (organizzati dalla Fiba stessa).

Quel che sarà lo scopriremo solo vivendo e probabilmente al termine di un lunghissimo giro di ricorsi e controricorsi tra le parti dall’esito incerto. Ma cosa c’entra tutto questo con il calcio? C’entra, ma fino ad un certo punto, visto che, nelle ultime ore, c’è chi ha visto in questa vicenda il futuro scenario che potrebbe concretizzarsi nel caso in cui prendesse corpo l’ipotesi di Superlega che ha in Andrea Agnelli (nel board dell’European Club Association) e Karl Heinz Rumenigge i primi sostenitori. Soprattutto dopo l’eliminazione della Juventus agli ottavi per mano del Bayern, con il presidente dei vincitori a lamentarsi di una formula che non prevedeva le teste di serie per la fase a eliminazione diretta.

Agnelli-Rummenigge

L’idea di base è la stessa: costituire un nuovo torneo, che prenda il posto dell’attuale Champions League, cui far partecipare le grandi d’Europa, indipendentemente dalla loro posizione di classifica nei vari campionati nazionali, con l’obiettivo di una competizione sempre più interessante, competitiva e ricca.

La similitudini, però, finiscono qui. Prima di tutto perché l’attuale formula della Champions scadrà nel 2018 ed è francamente impensabile che il progetto Superlega possa prendere forma in poco più di un anno e mezzo. Poi perché ad avere il coltello dalla parte del manico, questa volta, è la federazione di riferimento (l’Uefa) e non l’associazione dei club: la Champions, infatti, è il torneo più importante al mondo, con un marchio riconoscibile ovunque, dagli introiti economici altissimi e con una base di partenza solidissima. In caso di scontro frontale (che resta un’ipotesi remotissima), i club dovrebbero reinventarsi tutto da zero con il rischio di dover sopperire a perdite incalcolabili e con tutte le incognite legate ad un’ipotesi ancora tutta da sviluppare. Come e da chi sarebbe gestito il sistema delle licenze? Quali sarebbero i criteri necessari per essere ammessi al consesso dei grandi? L’ECA avrebbe preventive garanzie dall’Uefa? Queste ed altre domande non hanno ancora avuto risposta. E, in assenza di certezze, abbandonare un prodotto che funziona costituirebbe il più clamoroso degli autogol.