Il Cavaliere e la Signora, faraway so close

di Nevio Capella |

del piero

C’è una premessa che credo sia onesto e doveroso fare in principio di questa riflessione: sono un “delpierista” convinto, incallito e dogmatico, a prescindere.
Mi chiederete che razza di premessa sia, presupponendo che non possa esistere tifoso di Madama non “delpierista”, ma potrei sorprendervi (o forse no) rispondendo che invece negli ultimi anni specie dopo l’addio del 2012, è aumentato il numero di juventini che non hanno più le vecchie infallibili convinzioni sul fuoriclasse di San Vendemiano, ma anzi ne hanno messo in discussione la figura iconica.
E quest’anno da fan incrollabile di Adp, in occasione del suo compleanno, ho sentito una maggiore necessità di scrivere di lui, complici probabilmente i due addii in simultanea a bandiere come Buffon e Marchisio, seppure con dinamiche diverse ma uguale sensazione di vuoto.

Ovviamente è molto improbabile che avanzi qualche aneddoto che lo riguardi o un suo numero da raccontare ancora, un’immagine particolare o un’angolazione specifica di uno dei suoi gol, così colgo l’assist fornitomi dal quarantaquattresimo Natale per provare a capire o semplicemente riflettere su come sia mutato il suo rapporto con la casa madre, immaginando la traiettoria iperbolica di Alex e la lunga retta via della storia juventina come due binari che improvvisamente si incrociano, sovrapponendosi come da incantesimo per un infinito ventennio, per poi staccarsi come il figlio dalla madre al momento del taglio del cordone ombelicale, destinati a diventare per molto, forse troppo tempo, due rette inesorabilmente parallele.

Binari incrociati quasi come per magia, grazie all’intuizione dell’unica figura esistente al mondo a cui si possono ascrivere connotati di juventinità personificata addirittura maggiori di quelli di Del Piero, Giampiero Boniperti, che poco prima del definitivo addio regala alla sua amata l’ultimo diamante nell’estate del 1993.
Quanto ci sia di casuale e quanto di orchestrato dagli dei del Pallone in quell’immaginario passaggio di consegne tra la Juve del passato e quella del futuro avvenuto 25 anni fa non è possibile sapere, ma di sicuro si tratta di uno di quegli eventi epocali inevitabilmente riconducibili al medesimo disegno del destino che vuole gli stessi due campioni presenti al centro dello Juventus Stadium la sera del 8 settembre 2011 a fare da cerimonieri in uno dei momenti più emozionanti di quell’inaugurazione.

Binari sovrapposti per quasi due decenni di rapporto d’amore tra la Vecchia Signora e il suo Cavaliere, come recitava un arguto slogan utilizzato per celebrare il terzultimo rinnovo contrattuale di Pinturicchio nel 2003, un rapporto che come il più perfido degli ottovolanti ha contrapposto all’integralismo dei tifosi che lo hanno amato e difeso sempre, un’alternata successione di eventi positivi e negativi (in campo e non solo) che in alcuni momenti sembravano essere addirittura viatico di una clamorosa separazione tra le parti, ma che poi sistematicamente vedevano rinascere a nuova vita l’eroe bianconero, nel più classico dei passaggi multipli dalla polvere agli altari di manzoniana memoria.

Del Piero ha saputo superare un malefico crociato che l’ha abbandonato nel momento più bello della sua carriera, un testardo e irremovibile allenatore che con le sue scelte sembrava averlo spento e degradato, una serie di dualismi spesso improbabili e improponibili, e persino un rapporto assai complicato con la nazionale con la cui casacca ha pagato probabilmente in eccesso il suo essere uomo simbolo della Juve, prendendosi però tutto indietro con gli interessi nell’estate del 2006 e issandosi al quarto posto della classifica dei migliori marcatori di sempre del club Italia.
Un Achille che nei momenti di difficoltà si ritirava sulla sua collina a studiare la situazione dall’alto, come lui stesso si definì proprio durante il mondiale tedesco, per poi scegliere il migliore momento in cui tornare protagonista, a suo modo, e cioè con i gol come quelli delle magiche parabole della Champions League poi vinta nel 1996 o quello di Tokyo qualche mese dopo, e con i record macinati in diverse voci, dalle marcature alle presenze.

Binari paralleli, infine, a partire da quell’ultimo, famoso rinnovo di contratto annuale ma soprattutto unilaterale che a detta dei più è risultato poi essere l’inizio della fine della sua vita juventina, almeno per ora.
Il video selfie con cui annunciava di aver firmato in bianco per poter essere trait d’union durante il passaggio al nuovo stadio, come poi effettivamente accadde durante la cerimonia, e le reiterate dichiarazioni con cui il suo ex compagno e capitano, e poi allenatore, Antonio Conte affermava che Alex avrebbe ricoperto un ruolo importantissimo per riportare la squadra dove la sua storia imponeva che fosse, non trovarono grandi conferme negli esiti del campo che Del Piero iniziò a vedere con un briciolo di continuità solo a primavera inoltrata.
Ma nemmeno questo gli impedì di essere protagonista “fino alla fine” (vi ricorda qualcosa?) decidendo nei concitati minuti finali un rocambolesco Juve-Lazio e, di fatto, con quella vittoria anche l’assegnazione dello scudetto.
Achille che sceso dalla collina alza la coppa dello scudetto nel nuovo stadio e pochi minuti dopo è davanti alle telecamere a salutare per sempre, dopo quell’infinita passeggiata circolare coast to coast sul terreno dello Stadium.

Quella fu una della tante occasioni in cui molti si persero nel tradizionale ritornello che vuole la Juventus fredda e cinica, capace di non guardare in faccia a nessuno quando è ora di tutelare i propri interessi: probabilmente mai come in quella occasione è andata davvero così, o forse nel minestrone di ragioni che mai conosceremo completamente c’è anche un sano pizzico di “vendetta” di Andrea Agnelli che, seppur in maniera sobria, anche negli anni successivi non ha mai perso occasione di dimostrare e ricordare con efficacia che è lui a comandare.
Il chiacchierato addio, l’ostinazione del nostro nel voler continuare a giocare a calcio anche dopo aver elaborato il suo lutto personale, e una sorta di mutazione sempre più rapida da calciatore simbolo di un’epoca e di una squadra ad efficiente Spa di se stesso, sono stati fattori capaci di smuovere più di un tifoso dalla propria inattaccabile idolatria.
E così la spaccatura tra “pro” e “contro” è diventata più tangibile e netta anche su un’icona di tale caratura, e io stesso ammetto di aver vacillato più volte, in particolare dinanzi ad alcune attività in cui Alex si è tuffato che, analizzate con un pizzico di lucidità, non avrebbero davvero ragione di esistere nonostante sia innegabile che nel crearsi una seconda carriera meno vicina della prima al mondo del calcio e completamente staccata da quello della Juve, Del Piero si è rivelato bravo quasi come lo è stato sul rettangolo di gioco.

Mi fa sempre molto effetto vederlo in uno studio tv commentare un dopo partita qualsiasi con outfit talvolta improbabili, ma me ne fa di più saperlo ancora lontano dalla Juve che ha reso grande intanto che diventava a sua volta grande, la Juve a cui mezzo mondo continua ad associarlo e con cui, sempre per imperscrutabili scherzi del destino, condivide il mese di nascita con soli 8 giorni di differenza.

Agli occhi di quelli della mia generazione, praticamente suoi coetanei, Del Piero sarà sempre l’eroe della Juve più bella, quella del cuore, mentre per quelli più longevi un soldato che con le sue imprese ha incrementato ulteriormente l’orgoglio di tifare questi colori.
Infine, per i più giovani, una sorta di divinità capace di far avvertire quell’innaturale e irrealizzabile desiderio di avere qualche anno in più sul groppone per poterne ammirare le gesta.
E nonostante le tante luci e qualche ombra, e l’incertezza su tempi e modi di un suo eventuale ritorno a casa, mi piace immaginare di poter sentire ad occhi chiusi una sola potente voce di tutto il nostro popolo che gli augura in coro “buon compleanno”.