Caso D’Amico-Napoli, mi manca Vianello

di Graziano Campi |

Appoggiandomi alla querelle su Ilaria D’Amico, mi sono posto una semplice domanda: davvero un gruppo di tifosi può pretendere di stabilire cosa deve o non deve dire un personaggio televisivo o del web? Sono davvero campagne moralizzatrici doverose, quelle che vengono scatenate su internet?

Badate bene: non riguarda soltanto i tifosi del Napoli, ma tutte le tifoserie.

Nell’era del web, si assiste da un lato al proliferare di cialtroni, che fanno di violenza e volgarità uno status quo per emergere e assurgere a ruolo di capipopolo, solitamente senza guadagnarci un euro, ma con la pretesa di avere una qualsivoglia investitura in virtù di venti o trenta like sui profili social.

Per la cronaca: io riesco sempre a scroccare pranzo, caffè o buffet ai miei lettori.

Dall’altro lato, ci sono movimenti puritani che arrivano a pretendere di censurare o epurare persone di comprovata professionalità per “blasfemia”, ovvero per pareri o battute non conformi alla fede sportiva di appartenenza. Di solito si affidano a due o tre dei capipolo sopracitati, che sperano di ritagliarsi uno spazio pubblico ancor più grande.

Tutti ridono alle mie battute, fino a che non tocco la loro squadra.

Davvero si deve tornare al giornalismo ingessato stile RAI anni ’60, quando ogni comunicato era vagliato attentamente e l’annunciatore non doveva uscire dagli schemi? Ricordo la rivoluzione degli anni ’80 di 90esimo minuto, quando apparirono i primi giornalisti simpatizzanti (non tifosi) durante i collegamenti. A me facevano piacere, qualcuno storceva il naso, ma solo se la sua squadra perdeva.

Poi ricordo quanto mi affascinava l’imparzialità e l’aplomb di Raimondo Vianello.

Petizioni online, shitstorming, cyberbullismo, appelli all’ordine dei giornalisti, tutto per quattro battute o per una moviola male interpretata: non si accetta che il giornalismo moderno esprima opinioni, ma al tempo stesso ci si annoia davanti a quello ingessato fatto di cronaca asettica.

Una volta i moralisti si scatenavano per Moana Pozzi e lo Scrondo.

“Io pago il canone/l’abbonamento/il pezzotto e quindi non ti devi permettere… coi miei soldi!” è la frase più usata, e spesso fa gioco per “tagliare” amici e “promuovere” nemici, non tanto per arrivare a un giornalismo migliore. Perché nessuno, in Italia, vuole un giornalismo sportivo migliore.

Servirebbe l’8 per mille anche sul canone RAI o SKY, da destinare al giornalista preferito.

Sapete perché in Italia nessuno vuole un giornalismo sportivo migliore? Perché il calcio italiano si regge su ipocrisia, millantato credito e la presunzione di superiorità morale nei confronti dei rivali. Superiorità che permette di disprezzare l’altro per sentirsi migliori, cosa più semplice dell’arrivare al successo con le proprie forze e venir riconosciuti come tali.

Quanto era bello quando ti leggevano i risultati insieme ai segni della schedina: non ho mai fatto tredici.

C’è un’altra cosa che viene sottovalutato: l’impatto di essere in diretta, e di rispondere senza seguire un copione già scritto. Anche i più bravi, pur avendo un canovaccio, parlano a braccio, improvvisano, e non hanno il tempo per fermarsi un secondo: provate voi a non dire puttanate per due ore di fila di diretta.

Io ho invertito il processo: riesco a scrivere e dire soltanto puttanate per ore e ore. Puro talento.

La risposta che mi do, alla fine di questo discorso, è che la bravura del giornalista sta sì nel saper usare il tono appropriato alla platea, alternando professionalità a cazzeggio quando serve, ma anche e soprattutto nella capacità di distinguere quando sbaglia da quando davanti si trova soltanto gente che pretende di influenzare il suo pensiero e lavoro o che semplicemente è a caccia di visibilità.

Io ho un metodo infallibile: chi mi dà ragione è nel giusto, gli altri nel torto.