Caro Maurizio, siamo ancora in tempo

di Massimo Zampini |

Personalmente non avrei cambiato Allegri con Sarri.

Mi spiego meglio: credo che un cambio di guida ci potesse stare – tutto finisce, anche i cicli sensazionali, e non è male provare a lasciarsi anticipandone la fine – e che il nostro attuale allenatore sia un ottimo tecnico, peraltro reduce da due stagioni positive, di cui l’ultima con un trofeo europeo in bacheca. Ma allenare la Juventus, questa in particolare, è un lavoro per cui non basta un’eccellente preparazione tattica: serve capacità di gestire rose con tanti giocatori, molti campioni, alcuni fuoriclasse; saper resistere alle pressioni enormi che ci sono (un allenatore che ha vinto il quinto scudetto praticamente a febbraio a momenti veniva linciato dal popolo di internet, per la folle idea per la quale “lo scudetto è scontato, con Ronaldo Champions o fallimento”); capire a fondo l’ambiente juventino, non facile per chi fin lì è stato solo un fiero avversario, se non “nemico”.

Per questo avrei capito maggiormente il cambiamento con un allenatore giovane e promettente da formare un po’ (alla Simone Inzaghi) oppure per uno già più affermato ai massimi livelli (anche da qui la fascinazione Guardiola).

Ciò detto, a metà giugno è arrivato Sarri: da lì, tutto il mio supporto va a lui incondizionatamente, pur non perdendo la capacità critica e vedendo riaffiorare talvolta i dubbi che avevo prima della scelta.

La prima parte di stagione ha soddisfatto le mie aspettative: si sono visti alti e bassi, certo, ma anche sprazzi di un’idea di gioco più dominante, unita a eccellenti risultati.

Ora, però, non si scherza più: la sconfitta in Supercoppa, che vale come trofeo ma mi è sempre interessata il giusto, e l’ottimo girone di Champions, che mi preme molto di più, sono ormai alle spalle.

Tre sconfitte nelle ultime cinque trasferte, poca capacità di reazione agli eventi negativi e poca di chiudere i conti quando le cose girano per il meglio; non si intravede grande personalità in troppi elementi; ultimo, lampante a Verona, si prendono gol in momenti topici della partita a causa della leziosità di alcune giocate a ventri metri dalla nostra parte.

Segno che la testa al momento non è settata come dovrebbe verso la massima concentrazione e le più alte motivazioni, perché è vero che spesso tra arrivare primo e secondo c’è apparentemente solo una piccola differenza di punti, ma – lo spiegava bene De Rossi in un’intervista in cui dava ai suoi colleghi juventini dei super campioni proprio per questo – nella sostanza c’è un oceano che separa chi vince da chi non lo fa: una maggior cura ai dettagli, la consapevolezza che non si deve mollare mai, anche quando sembra finita, anche quando sembra tutto facile, fino all’ultimo secondo, superando qualsiasi tipo di difficoltà si presenti davanti.
Ed è vero che la squadra è probabilmente imperfetta, che c’è qualche punto interrogativo (Ramsey e Bernardeschi, per fare un piccolo esempio, non hanno ancora convinto nel ruolo chiave di trequartista), ma la rosa rimane di grande livello e non è più tempo di esperimenti, di dubbi, di interrogativi peraltro espressi pubblicamente sulle motivazioni di un gruppo (perché non conta solo il fatturato, ahimè), di richiesta di aiuti ai veterani del gruppo, tutte cose che danno l’impressioni che manchi qualcosa, che danno linfa ai rivali che vedono l’ambiente Juve non compatto, granitico e inattaccabile come un tempo.

E allora, senza ascoltare i deliri social da #sarriout (che in parte probabilmente erano gli stessi dell’ #allegriout) con la squadra prima in classifica e le Coppe che stanno entrando nel vivo, è tempo di comprendere in fretta cosa sia la Juventus, da ogni punto di vista: la ricerca continua di motivazioni, le richiesta di aiuti, i confronti, sono decisamente auspicabili ma da noi tutto accade all’interno e noi non ne vogliamo sapere niente.
Scegliere un modulo su cui insistere, dare spazio ai giocatori più in palla, confrontarsi con i giocatori quanto si vuole ma poi andare in campo con un’idea chiara, che poi dovrebbe essere quella di essere dominare più di prima. Ci siamo illusi a San Siro, abbiamo trovato tante conferme in Champions, ora sembriamo un po’ spaesati e manca la continuità: a volte siamo travolgenti, pensiamo di avere trovato la strada giusta e la volta dopo chissà, non si può prevedere, dipende dall’umore, dall’avversario, dal momento della partita, potremmo essere (citando un Verdone d’andata) piuma e potremmo essere fero.

Non c’è più spazio per dubbi e tentennamenti: è il momento di essere fero, Maurizio. E siamo ancora in tempo.