“Caro Maurizio Sarri ti scrivo…”

di Silvia Sanmory |

Detesto i prati. Tutti hanno un prato con l’erba. E quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri“.

(Charles Bukowski)

Caro Maurizio,

non a caso ho iniziato questa lettera con una citazione di Zio Buk, autore che amiamo entrambi, anche se forse per affinità diverse.

Lo ammetto, non ho mai avuto un rapporto idilliaco con te, ti ho incolpato  soprattutto di essere arrivato sulla nostra panchina dove avevo già visualizzato  il blasonato Mister Pep; non è stato facile arginare perplessità e smarrimento ed ho cercato di convincermi che in fondo ha ragione Bukowski sulle anime libere, i solitari, gli alternativi, i non omologati, quelli che non devono cercare la folla per sentirsi, ed essere, qualcuno.

In questo caso, qualcuno che fa al caso nostro.

Poi però, strada facendo, hai messo a dura prova questa mia presunta intuizione perché spesso hai avuto troppa faccia tosta, spesso mi sei sembrato un alieno che non comprende del tutto il linguaggio dei suoi interlocutori; spesso ho letto negli insuccessi in campo una tua scarsità e non invece un rodaggio di gestione di una squadra che ancora non è la “tua” squadra; non sono in grado di dire se diventerà la Juventus che tu ti aspetti o quella che gli altri si aspettano da te, se diventerà l’emblema della parola che usi spesso, “ordinata” o se ritroverà le certezze difensive del passato, se il “bel gioco” (che vedremo mi auguro) avrà la meglio sul “vincere è (sempre) l’unica cosa che conta”.

In parole semplici, non so se diventerà la tua Juventus.

In ogni caso, caro Maurizio, sincerità per sincerità, non ti nascondo che spesso mi sei sembrato  lontano dallo stile bianconero, un marchio di fabbrica fatto di professionalità, disciplina, anche di compostezza ed eleganza; i tuoi turpiloqui, la tua tuta e la tua polo blu onnipresente mi sono sembrati un’ostentazione al contrario; ma poi riflettendo, e in queste ore ti assicuro che l’ho fatto molto, ho pensato che invece sia il tuo modo di aggrapparsi ad un tuo concetto di “normalità”, con una vena di ribellione forse sì come quando hai dato un calcio, tanto per usare un parallelismo, al tuo lavoro sicuro in banca per rincorrere la tua chimera; e allora forse ha un senso che da “uomo di campo” hai bannato il  formalismo; come hai ricordato una volta, sei un allenatore, non un indossatore perbacco!

Ora non vorrei che ti montassi la testa caro Maurizio, perché non sono ancora diventata una tua fan.

Però onestamente confesso che rivedendo con calma le immagini dei festeggiamenti post scudetto negli spogliatoi, tu con il bottiglione e la schiuma sulla nuca, ho pensato che anche senza effusioni eccessive, anche con la tua “solita” espressione contenuta, un pò arcigna, anche se sei scappato dal campo mentre gli altri celebravano, sarai stato giustamente compiaciuto non solo di aver condiviso con noi il nono, e tuo primo, scudetto ma anche della forza che alla fine la tua squadra ha dimostrato.

“Se avete vinto con me siete forti davvero”.


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