Caro Maurizio, Juve a due tocchi e ci abbracciamo forte

di Luca Momblano |

Maurizio Sarri è sempre lui. E non ci sono sentenze da esprimere fin qui, neppure dopo l’attesissima ripartenza della stagione agonistica. Quella contro il Milan, gara di ritorno per l’accesso alla fine di Coppa Italia, tra tutte le gare restava quella “diversa”. Più ancora per noi spettatori che per i calciatori. Sembra un paradosso ma non lo è: mi è capitato di dirlo a caldissimo che “l’andamento di questo 0-0 che è il risultato peggiore possibile tra i migliori ha condizionato più i tifosi che i giocatori in campo”. La Juve mi è sembrata sicura di ciò che stava facendo, anche quando non le stava più riuscendo. Da qui la sensazione, a occhio, che la squadra non sia mai passata attraverso il pericoloso stato d’ansia in cui dentro cui altre volte si è essa stessa intrappolata.

E quando dico che Maurizio Sarri è sempre lui, dico che in uno stop forzato del genere chissà quante ne abbiamo immaginate. Era fresca la soddisfazione dell’aver dominato (per la seconda volta) sull’Inter, che in società e tra i senatori restava (e resta?) la più temuta. Per il presente e per il futuro. Ma era anche piuttosto fresca la gara di Lione. Così come le tensioni post Napoli e Verona. Insomma, c’era un mucchio di roba da risistemare. E la pausa forzata era di quelle che può trasformare le persone, a ogni livello. Ci dicono, per esempio, che sia ora un Dybala meno inquieto, più maturo (che nel calcio, per un attaccante, vuol sempre dire tanto ma anche poco) o che Cristiano Ronaldo sia talmente focalizzato su due mesi talmente tachicardici e inediti che valgono potenzialmente più di un mondiale. Come trofei e come vetrina. Ma per quanto riguarda Sarri, credo tutto come prima.

Non è una critica, non è un’osservazione così acuta la mia. Sarri in fondo deve essere Sarri. Però abbiamo capito qualcosa di più, cioè che su una cosa non molla: il concetto di cosa non va (tutto bene, tranne due piccole cose, è stato il messaggio pubblico del tecnico) va espresso in maniera estrema, per tenere la barra dritta e provare davvero ad arrivare dove lui crede si possa anche da un giorno all’altro arrivare. Mi spiego meglio: “la squadra a un certo punto ha giocato a due tocchi”. Che significa, ovviamente, che ha iniziato a rallentare la giostra che stava turlupinando il Milan. Però, detta così significa un’altra cosa: “se non giochiamo a un tocco (chimera quasi assoluta per chi scrive) ci garantiamo dei problemi”. Il che, chiaramente , sarebbe un problema per l’apnea di partite ed emozioni a cui si appresta la Juventus. Sempre a due tocchi, tanto per intenderci, più il possesso ottenuto contro i rossoneri e più movimento ancora senza palla: ditemi dove devo firmare. Sarri ci mette il carico anche nell’esprimere la sfumatura autocritica, le tre sostituzioni contemporanee che non hanno rianimato i tempi di gioco della squadra. “Ca**ata. Ci si fa sempre attrarre dalle novità, è stato un errore”. Anche qui: Juve non efficacissima davanti, con due calciatori ancora in pellegrinaggio verso la dimensione che promettevano (Rabiot e Bernardeschi), però non mi pare si sia ribaltato un copione che stava andando avanti stancamente ma anche serenamente da un quarto d’ora abbondante.

Morale: le semifinali si giocano e la Juve più enigmatica di sempre nella partita più enigmatica di sempre ha giocato; le finali invece si vincono, e infatti Sarri con il Chelsea la vinse. E’ lecito attendersi qualcosa di simile. A meno che non ci si metta a giocare a tre tocchi, a intermittenza e non si prosegua nel credere che il tridente visto pronti e via contro il Milan sia una strada molto interessante. Anche come posizioni in campo. L’esperimento, in astratto, è riuscito. Da qui a mercoledì mettiamo ulteriori quindici minuti di quelli come si deve in corpo e all’avversario servirà la partita capolavoro. Cioè la finale che vorremmo vedere ma che non vorremmo mai vivere. Alè!


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