Caro Gianluca ti scrivo, buon compleanno.

di Nevio Capella |

Caro Gianluca,
credo sia arrivato il momento di scriverti, dopo tanti tentativi andati a vuoto, e quale migliore occasione di un compleanno per scrivere ad un vecchio “amico”?
Auguri, quindi, prima di ogni altra cosa.
Ti ho definito amico anche se purtroppo non ho ancora mai avuto la fortuna di incontrarti, complice il fatto che quando giocavi ero troppo giovane per mettermi in viaggio e venire ad un ritiro estivo, che all’epoca  era il posto migliore in cui andare se volevi avvicinare i tuoi campioni.
Però, a pensarci bene, se la questione anagrafica da un lato ha costituito un limite, dall’altro ha fatto sì che l’ammirazione naturale che provavo per te quando ancora eri alla Sampdoria, divenisse pura idolatria quando finalmente, esaudendo tutte le mie preghiere, hai scelto di vestire la maglia della juve.
Non erano anni facili quelli, perché per diversi campionati noi tifosi fummo costretti a vedere tanti straordinari campioni militare in altre squadre e quelle stesse squadre vincere, al posto nostro, proprio come la tua samp.
Credo sia stato un miracolo dovuto al mio troppo amore per il bianconero se quella per i blucerchiati è rimasta solo una profonda simpatia nel corso degli anni, e la “colpa” è stata soprattutto tua.
Un attaccante completo, genio e sregolatezza, chirurgico in campo, guascone nel giusto fuori, ma soprattutto un attaccante che faceva gol, e che gol!
I primi anni da noi furono complicati, lo ricordi sicuramente bene, ma poi l’alchimia che fu in grado di creare l’uomo di Viareggio, dopo averti convinto a restare a Torino e a ricominciare seriamente a “fare il Vialli” fu decisiva per scrivere una storia stupenda e farti diventare ai miei occhi, come ti dicevo prima, una divinità.
Non è mai bello fare classifiche, specie quando ti chiedono di mettere in ordine preferenziale cose, persone o luoghi che ami, ma quando mi capita di doverlo fare con i calciatori della juve che ho amato di più, tu vai sempre a podio, assieme al Del Piero per il quale in quella storia stupenda facesti da “chioccia”, da maestro e soprattutto da partner di un attacco che ci ha fatto sognare.
Se chiudo gli occhi rivedo tante tue istantanee bianconere che ancora oggi mi emozionano nel profondo: sicuramente è scontato, ma mai sbagliato, citare “LA” notte romana di maggio, della quale più che la liberazione con cui alzasti la coppa al cielo ricordo il dribbling repentino con cui superasti Van de sar sul finire del secondo tempo, e quei secondi durati un’eternità in cui preparammo l’urlo che invece sarebbe rimasto strozzato in gola, intanto che dalla disperazione facevi una capriola all’indietro sul manto dell’Olimpico.
Il destino infame sembrava seriamente intenzionato a sbarrarti ancora la strada verso quella coppa, quattro anni dopo un pallonetto QUASI perfetto finito per motivi misteriosi fuori dalla porta del Barcellona, e invece la freddezza dei tuoi compagni  ti evitò l’incombenza dagli undici metri, che anni dopo hai raccontato di avere vissuto con terrore, e ci regalò la notte più bella.
Vedo te che con il polsino nero griffato Robe di Kappa e la mono basetta a triangolo guidi la nostra squadra nella rimonta epica contro la fiorentina, una rimonta iniziata con una tua doppietta e il cui emblema è la rabbia con cui andasti a prendere il secondo pallone scagliato in rete per riportarlo a centrocampo e caricare a testa bassa per fare il terzo.
Ti vedo fare nel giro di venti giorni due gol capolavoro in fotocopia, il primo a Firenze, il secondo a Milano, purtroppo inutile.
Sei dietro a quel leggìo nella cattedrale di Salerno a salutare per l’ultima volta, fino a quando l’emozione non prenderà fatalmente il sopravvento, il “fratello Andrea Fortunato”.
Sei nell’aria a librarti con stupefacente leggiadria per la specialità della casa, la rovesciata.
Nel film della mia vita da tifoso tu sei stato sicuramente il supereroe invincibile che con la sua forza mette sempre tutto a posto, ed è per questo che quando due anni fa hai raccontato a tutti della tua malattia, quella notizia mi è arrivata come un pugno ad altezza diaframma, come se quell’annuncio lo avesse fatto uno di famiglia.
Ho divorato il tuo libro “Goals” come se fosse una video raccolta di tutte le tue prodezze, spesso cercavo notizie sul web sperando di leggere aggiornamenti positivi anche se non sempre la mia ricerca produceva risultati confortanti, ma per me era un modo di starti vicino, quasi come se avessi il bisogno di darti indietro e in cambio tutto il bene che mi hai dato in quei quattro anni.
Oggi finalmente ti (ri)vedo carico di entusiasmo per la nuova avventura con la nazionale, la tua nazionale, e anche in un momento così difficile sei riuscito a trasmettermi una bella lezione, quando un mesetto fa in un’intervista al “Guardian” hai detto: “Ho imparato che quando voglio piangere, piango senza vergogna e non trattengo più nulla dentro, così dopo mi sento meglio”.
Oggi soffio idealmente con te sulle 56 candeline che sono anche quelle di una seconda vita, una nuova vita.
Auguri Gianluca, amico mio.


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