Carlo Parola e quei voli in bicicletta

di Emilio Targia |

Racconto estratto dal libro “FAVOLE PORTAFORTUNA – PER TIFOSI BIANCONERI DA 0 A 99 ANNI”, scritto da Emilio Targia ed edito da Sperling & Kupfer

 

Carlo Parola e quei voli in bicicletta

La bicicletta era scritta nel destino di Carlo Parola, torinese, classe 1921, cresciuto nel borgh dël fum, il quartiere Vanchiglietta. Cominciò subito, da bambino, complice il motovelodromo vicino casa, con la bicicletta che gli costruì suo papà. Aggrediva quelle curve con determinazione, e presto la sua bici prese a correre per le strade del Piemonte, aggiudicandosi anche qualche gara, come la Torino-Bardonecchia.

Poi arrivarono i primi calci dati al pallone, spesso di fortuna, che era abilissimo a confezionare con stracci, corda e un po’ di cuoio. Ma ben altro sogno la vita stava costruendo per lui, che non aveva smesso di giocare a calcio ed esibiva le sue doti nella squadra del Dopolavoro Fiat. Proprio mentre alla Juventus si avvertiva l’urgenza di sostituire Luisito Monti nella nevralgica linea mediana, arrivò nella sede bianconera di via Bogino l’eco del talento di quel giovane centromediano.
Prima di approdare in casa Juve Parola portava a casa 18 lire al mese. «Pensate quando andarono da mia madre e le chiesero il per- messo di lasciarmi giocare per 750 lire al mese! Mi guardò e mi chiese se fosse vero», raccontò ricordando quei giorni.
Alla Juventus lo attendeva come allenatore Umberto Caligaris.

Con lui esordì in Serie A il 3 dicembre 1939 in uno Juventus-Novara che visse dentro una bolla di emozione densa. Caligaris, per Parola come un secondo padre, morì l’anno seguente, provocandogli un immenso dolore. Toccò a Felice Borel guidare la squadra, e da attento estimatore del calcio inglese cambiò impostazione di gioco. Parola si trovò a essere un vero e proprio punto di riferimento di tutto il sistema difensivo: un centromediano metodista, definizione quasi intimidatoria per gli avversari, con compiti di marcatura e di rapida impostazione di ripartenza. Una specie di libero ante litteram.

Parola divenne in quel ruolo uno dei più forti giocatori del XX secolo, piazzandosi alle spalle dei difensori e godendo di una certa libertà di manovra. Intuizione, anticipo e velocità, ma anche l’esibizione di un gesto atletico fuori dal comune, ancor di più perché effettuato in fase difensiva: la rovesciata. Leggenda vuole che Carlo Parola fosse rimasto affascinato dalla «bicicletta» così veniva definita quella pedalata volante che effettuavano alcuni giocatori sudamericani. Quella em bicicleta l’aveva ammirata anche nell’esecuzione di Guglielmo Gabetto, formidabile centrattacco che aveva giocato con la Juventus prima di passare al Grande Torino e di morire con i compagni nella tragedia di Superga.

Parola ebbe l’onore di essere inserito in azzurro nel blocco del Grande Torino, e fu proprio durante un match della nazionale italiana contro l’Austria nel 1945 che Carletto, trovatosi in difficoltà dopo una rapida ripartenza della difesa avversaria, un po’ per istinto e un po’ per necessità, sventò l’imminente pericolo portato dal centravanti Epp salendo in cielo con le gambe, per poi spingere via il pallone con un perfetto «colpo di pedale» in due tempi. L’applauso del pubblico e gli oooh della tribuna stampa spedirono quel gesto su tutti i quotidiani d’Europa. Il 15 gennaio 1950, all’80’ di Juventus-Fiorentina, il fotografo freelance Corrado Banchi immortalò con uno scatto memorabile la bicicletta di Parola, chiosando così quell’immagine: «Lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui e il portiere c’è solo Carlo Parola. L’attaccante sente di potercela
fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno
stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in
stile unico. Un’ovazione accompagna la prodezza di
Parola».

Quindici anni dopo Giuseppe Panini restò fulminato da quella foto, che fondeva pura bellezza e gesto tecnico, e decise di farne l’immagine simbolo degli album dei calciatori della sua celebre casa editrice. Per il giornalista Vladimiro Caminiti in quella rovesciata c’è addirittura un messaggio: «Con Parola il calcio parla al mondo, quel mondo di un’Italia ancora sbigottita se non disfatta che sgrana gli   occhi su tutto. Non ci sono più ideali, ogni valore è stato frantumato in un mare di sangue, ma si riaprono gli stadi e Parola esegue la sua rovesciata per tutti gli umili e diseredati, disegna l’illusione con la sua acrobazia meditata». In quel gesto c’era anche la dolce rivincita del mondo dei difensori, inevitabilmente in ombra di fronte alla luce magica delle stelle del gol di quegli anni.

Ma la celebrazione di quei voli tolsero luce e spazio al racconto delle sue straordinarie capacità tecniche e tattiche, che nel 1947, dopo un match tra Inghilterra e Resto d’Europa che lo vide in campo come unico italiano convocato, gli valsero dagli inglesi la definizione di «first center-back in Europe».

Dopo quella partita rifiutò con sobrietà una proposta indecente del Chelsea, che gli offrì un contratto da 24.000 sterline pur di averlo in formazione: «No, io sono della Juventus, io voglio restare nella mia Torino». Nel 1950, dopo un brutto fallo su Nordhal, in uno Juventus-Milan dove i bianconeri stavano soccombendo, si autoespulse dal campo, chiedendo scusa a tutti. Roba d’altri tempi.

Con la Juventus, in campo, sotto la presidenza di Gianni Agnelli, vinse 2 scudetti. Poi tornò da allenatore e ne conquistò altri 3, compreso quello del 1974-75, sotto la presidenza di quel Giampiero Boniperti che aveva accudito quando giovanissimo arrivò alla Juventus. «Uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi», disse di lui Boniperti. «Classe immensa, straordinaria abilità di testa, un vero leader in campo e fuori una pasta d’uomo.»

Fu per intercessione dello stesso Boniperti che finalmente la casa editrice Panini corrispose a un Carlo Parola ormai anziano e già malato 100 milioni di lire per l’utilizzo planetario e pluridecennale dell’immagine della sua rovesciata.

«Faceva amare il calcio», disse di lui Gianni Agnelli. Lo faceva amare perché lo amava. Era un piemontese semplice, a cui piaceva chiacchierare accompagnandosi a un buon vino, a cui piaceva giocare al più bel gioco del mondo ergendosi a diga, senza mai perdere stile né smarrire lealtà.

 

 

Il calcio a volte assomiglia ad una gigantesca giostra di favole. Una specie di scatola magica alla quale attingere storie a piene mani. Sceglierne solo 50, nella lunga vita del Football Club Juventus, deve esser stata un’impresa complicata. E allora per scrivere “Favole portafortuna per tifosi juventini da 0 a 99 anni” non si poteva che procedere per istinti, ricordi, sensazioni. Senza alcuna pretesa di aver “scelto” necessariamente le migliori o le più rappresentative. Ma solo con la voglia irresistibile di raccontarne qualcuna, tra le tante. Di ridare luce a fatti nascosti, di ripassare qualche lezione di storia. Nel libro di Emilio Targia, con il sostegno dei disegni di Piero Corva, ritroviamo allora i sogni di calcio di Berceroccia – Giancarlo Bercellino –  e quella gioia pulita che gli si infilava nelle vene ogni volta che l’arbitro fischiava l’inizio di una partita, gli occhi neri del saettante Pietruzzo Anastasi da Catania, l’ultima partita di Alex Del Piero sommerso da sciarpe come fossero fiori, i colpi di testa del semidio John William Charles, uomo di cemento e tenerezza, i pennelli di Enrico Paulucci, portiere bianconero e splendido pittore, gli occhi di tigre di Moreno Torricelli, dalla Caratese alla Juventus, la grazia travolgente di Farfallino Felice Placido Borel, la “forza che tutto sfida” di Pavel Nedved. E ancora l’arrivo a Torino di Platini, da Piccolo Principe di Rue Saint-Exupéry a Jeuf a Re del Calcio, i due cuori di Capitan Beppe Furino, le gambe instancabili di Tardelli, il talento di Ferenc Hirzer, “primo amore” dell’Avvocato, lo strafottente football di Omar Sivori, le sigarette di Gianpiero “Fusetta” Combi, i voli di Gigi Buffon a sventare traiettorie impossibili. E poi la straordinaria vita normale di Gaetano Scirea, i colpi di testa magici di BobbyGol Bettega e la sua classe inglese, la “squadra” di Lippi e l’energia di Conte, quel viaggio incredibile di Čestmír Vycpálek da Dachau allo scudetto, i prodigi volanti di Carletto Parola, il moto perpetuo di soldatino Di Livio, le trincee d’acciaio di Claudio Gentile, le mani di Zoff, che ha visto il mondo da una porta e poi lo ha conquistato, e l’attesa nascosta e infinita dei numeri 12 bianconeri in panchina, a tifare soffrire e sognare. Nei racconti anche la storia della Juventus attraverso alcuni dei suoi uomini più importanti e preziosi, fin dalla sua nascita, dai fratelli Canfari fino a Boniperti e alla famiglia Agnelli. E alcuni match storici dei bianconeri, dalla finale Uefa di Bilbao a quella Champions di Roma, e quell’incredibile scudetto del 5 maggio 2002. Narrando anche le vicende di un tifoso davvero speciale, un ragazzo non vedente di profondissima fede bianconera che ama vivere le partite della Juventus allo stadio. E la storia di un’amicizia straordinaria tra Torino e l’Uruguay. E tanto altro ancora. Storie che assomigliano a favole, sospese tra passato e presente, tra sogno e realtà. Da leggere a occhi aperti e a occhi chiusi.